Per Richard Branson, fondatore della Virgin, alla guida di centinaia di aziende con un patrimonio stimato da Forbes in oltre 5 miliardi di euro, la Brexit equivale a spararsi in un piede per gli inglesi. Branson spera ancora che un altro destino sia possibile, ma niente fa pensare che questo possa accadere al momento. La Gran Bretagna e il premier Theresa May hanno deciso di ufficializzare la richiesta di divorzio dall’Unione  europea. L’inizio del negoziato è atteso il 29 marzo 2017 con l’attivazione dell’Articolo 50 senza alcun rinvio, nonostante gli appelli dei leader Ue anche a Roma, il 25 marzo 2017, in occasione dei 60 anni del Trattato che ha fatto nascere l’Unione europea.

Le trattative arrivano nel momento in cui la disoccupazione è scesa ai minimi storici (4,7%) e le stime del Prodotto interno lordo (PIL) 2017 sono state riviste al rialzo dall’1,4% al 2%. Secondo i calcoli degli analisti, la Gran Bretagna potrebbe risparmiare fra i 20 e i 40 miliardi di sterline l’anno una volta uscita dall’Ue e anche dal mercato unico europeo, ma secondo conto del divorzio potrebbe costare a Londra 60 miliardi di euro.
A rischiare la paralisi è l’operatività europea, con la possibilità concreta di creare un buco finanziario di decine di miliardi nel bilancio dell’Ue, ovviamente a danno di chi versa. Ad aggravare l’incertezza c’è la certezza che il processo è destinato a essere lungo. La prova è che ci sono voluti tre anni di negoziati per far uscire la Groenlandia dal mercato comune europeo nel 1982 e questo è l’unico precedente comparabile in Europa, mentre ci sono voluti ben 13 anni per il passaggio di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina, se si vuol restare sul terreno delle separazioni in salsa inglese.

Brexit: sterlina, azioni e bond cosa mettere in portafoglio

In gioco ci sono i delicati equilibri europei, già sottoposti alle pesanti tensioni innescate dai movimenti nazionalisti, populisti e xenofobi che devono la loro forza anche alla contestazione di politiche Ue, anche in vista di due importanti tornate elettorali in Francia a fine aprile e Germania in autunno. La tensione sale anche in Europa dell’Est dove Polonia e Ungheria non vedono l’ora di avere nuovi argomenti per attaccare Bruxelles che accusa Varsavia e Budapest di violare con nuove leggi in procinto di essere varate i diritti umani dei loro stessi cittadini. «È presumibile che fino alle elezioni tedesche in autunno, la trattativa sarà dedicata a definire i paletti riguardanti il divorzio: l’obiettivo è minimizzare le ricadute negative sull’economia, soprattutto legate al rallentamento degli investimenti in Gran Bretagna, derivanti dall’incertezza», ha detto Fabrizio Santin, Investment Manager di Pictet Asset Management. «Nella fase successiva, da fine 2017 in poi, la richiesta della Gran Bretagna potrebbe essere incentrata su un accordo transitorio, della durata di 5-10 anni, che permetta a banche e società finanziarie di continuare a fare affari con l’Europa Continentale».

Sullo sfondo c’è il dibattito tra chi è a favore di politiche di austerità e chi vuole più flessibilità a sostegno della crescita non si è certo esaurito, la cosiddetta Europa a due velocità. Intanto, gli analisti della City continuano a pronosticare un rallentamento del Pil inglese e gli imprenditori considerano l’uscita una follia perché può provocare un peggioramento degli standard di vita nel prossimo futuro. Un esempio? Secondo uno studio pubblicato dal quotidiano Guardian, i prezzi delle auto dopo la Brexit potrebbero aumentare del 10% semplicemente ipotizzando che siano applicate le regole del WTO per i rapporti economici internazionali.

IDEE DI INVESTIMENTO

L’attivazione dell’Articolo 50 è il primo passo verso il divorzio della Gran Bretagna dall’Unione europea, il percorso potrebbe durare anche due anni, escluse proroghe, senza che nel frattempo venga raggiunto un accordo commerciale. Le borse dal 26 giugno 2016 – data del referendum inglese – hanno snobbato questo clima di incertezza incombente, anzi hanno corso forse più del dovuto, Londra compresa. L’indice Ftse 100 è sui massimi, mentre la sterlina continua a scendere ed è sui minimi contro dollaro con una perdita del 18% circa da giugno 2016 a marzo 2017 e del 12% contro euro nello stesso periodo. «Rispetto allo scorso autunno, la situazione sulla sterlina sembra nel complesso più calma: il merito è da attribuire all’andamento positivo dell’economia derivante dalla risposta positiva dei consumatori inglesi allo stimolo fornito dalla Banca Centrale», ha detto Santin di Pictet. «I dati riguardanti la fiducia delle imprese (indici PMI) sono più negativi e sono forse precursori di un cambiamento di clima economico».
Su questo incombe anche il rischio di una sua spaccatura interna: la Scozia non vuole seguire infatti Londra nella decisione di lasciare l’Unione europea e potrebbe decidere di indire un secondo referendum per dichiarare l’indipendenza e restare in Ue entro la fine del 2018, inizio 2019.

Cosa può accadere adesso per chi investe? Secondo uno studio della società di rating Fitch la fase più difficile di Brexit è adesso e sono tre i punti chiave imprevedibili:

  • quanto dureranno le trattative con Bruxelles;
  • cosa può accadere nello scacchiere globale dopo l’insediamento di Donald Trump e la tornata imminente di elezioni in Europa;
  • quali sono gli accordi commerciali che emergeranno dalla trattativa tra Gran Bretagna e Bruxelles e gli effetti economici.

Dal punto di vista finanziario secondo i calcoli delle principali banche d’affari (Bank of America Merrill Lynch, Jp Morgan, Morgan Stanley, Société Génerale) ecco cosa c’è da tenere d’occhio:

  • La sterlina in caduta libera. Lo scenario disegnato dagli analisti prevede il crollo della sterlina contro il dollaro, una forte recessione e una inflazione fuori controllo (a gennaio 2017 è arrivata a 1,8% picco massimo dal 2015). La sterlina è già scivolata del 18% dal referendum e per Bofa Merrill Lynch non sconta affatto l’avvio dell’articolo 50. Secondo le stime raccolte da Bloomberg, il consensus degli analisti ipotizza un aumento della volatilità implicita a due mesi in caso di flessione del rapporto sterlina-dollaro al di sotto di 1,20 dollari.
  • La volatilità che è ora ai minimi sul listino inglese è destinata a salire. In particolare, ora le banche inglesi sono osservate speciali. Tanto che la Bank of England (BOE) sta preparando gli stress test per le banche britanniche. L’obiettivo è testare la loro capacità di resistere ipotizzando uno scenario da incubo innescato dalla Brexit. Barclays, Hsbc, Lloyds Banking Group, Nationwide, Rbs, Santander e Standard Chartered sono le banche sotto osservazione. E questo avviene proprio nel momento in cui le banche e il settore finanziario è diventato un tema sui cui investire con una ripresa, anche grazie al fintech, del rendimento dei fondi azionari specializzati in finanza.
  • La maggioranza delle società quotate sull’indice Ftse 100 produce i tre quarti del fatturato all’estero e, approfittando della sterlina debole, ha aumentato la redditività. Il Ftse 100 non è così a rischio Brexit come l’indice Ftse 250 che è sui massimi assoluti ma è composto per il 50% da società il cui fatturato proviene per il 50% dal Regno Unito.
  • Per le obbligazioni statali inglesi, i cosiddetti Gilt, si profila un periodo di prezzi in salita e di rendimenti in calo. La percentuale dei bond statali britannici detenuta dagli stranieri è scesa negli ultimi due mesi, se i negoziati si faranno difficili, la sterlina già sottovalutata potrebbe indebolirsi ulteriormente, incoraggiando gli acquisti a sconto di asset britannici da parte di investitori esteri. Per i gestori l’affare della sterlina debole è sui corporate bond sui fondi specializzati anche grazie al risveglio di interesse dei fondi di private equity che pensano di cavalcare la stagione di fusioni e acquisizioni post Brexit.

Note

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