E se le fragorose cadute degli ultimi giorni dei principali listini mondiali non fossero altro che un’inevitabile conseguenza dell’ingente volume di liquidità nei mercati dalle banche centrali? Sono bastati i dubbi sulla reale crescita del Pil cinese, con i primi tentativi della Bank of China di far fronte ad alcuni dati sotto le attese, per far si che lo spettro di una “nuova” bolla diventasse realtà.

La quasi totalità degli indici mondiali sono passati in rosso rispetto ad inizio anno e non è chiaro se si tratti di una breve profonda correzione oppure se vi siano reali fondamentali per giustificare un mercato ribassista. Le prime schermaglie risalgono all’11 agosto, quando la P’BoC (People’s Bank of China) opta per tre svalutazioni consecutive dello Yuan (per un complessivo -4,65%), per far fronte ad un deludente dato sull’export pari a -8,3% YoY (anno su anno). Dopo un timido tentativo di recupero dalla correzione dei mesi precedenti, l’indice di Shanghai, raggiunti i 4000 punti, ha subito durissime perdite scendendo al di sotto della soglia dei 3000 punti. Il ribasso iniziato a metà giugno ha ormai vanificato del tutto i rialzi della prima parte dell’anno, con un ritracciamento del 43% (25% solo nelle ultime cinque sedute) che si contrappone all’oggettivamente esagerato +64% che aveva raggiunto sui massimi. La tempestività della Banca Centrale ha portato ad un nuovo taglio dei tassi di interesse dello 0,5% e all’abbassamento del livello di riserve obbligatorie di 50 punti base, in coerenza con la politica di allentamento intrapresa nel novembre scorso.

I timori di rallentamento dell’economia cinese hanno inevitabilmente determinato forti ribassi nelle valute dei paesi emergenti, esportatori di materie prime, la cui domanda ne dipende in maniera diretta. Nel momento in cui scriviamo il ringgit malese si trova sui minimi dalla crisi del 2008, il rand sudafricano vicino ai minimi storici, la rupia indonesiana ha raggiunto il livello più basso dalla crisi di fine anni ’90. Situazione analoga per il rublo (a 70,10 per $) e alla lira turca (2,95 per $).

La prima conseguenza di un ipotetico rallentamento della crescita globale è rappresentata dal continuo calo delle commodities, che si protrae ormai da alcuni mesi, a fronte di un surplus produttivo e di una crescita delle scorte. Il greggio, ai minimi dal 2009, scambia poco sotto la soglia psicologica dei 40$. Per il rame, nonostante la caduta dei prezzi sia continua ormai dal 2011, vale il medesimo scenario, con il prezzo in area 2,25$ dopo che a maggio aveva raggiunto il valore di 2,95$. In parziale controtendenza, invece, le quotazioni dell’oro che, dopo aver segnato a fine luglio nuovi minimi dal 2010 in area 1080$ all’oncia, ha intrapreso un movimento al rialzo riportandosi sui 1160$ mantenendo tuttavia un’impostazione ribassista di medio-lungo periodo.

Le condizioni di incertezza venutesi a creare in Asia dovrebbero spingere la Yellen ad un nuovo rinvio del rialzo dei tassi USA, ormai più probabile per fine anno. Negli ultimi giorni, la paura sui mercati ha infatti raggiunto anche i listini statunitensi dove da anni non si vedevano cali così repentini. Il listino S&P500 è passato dalla resistenza sui massimi storici in area 2100 punti ai minimi di lunedi scorso a 1830 punti, con un calo di circa il 15% in una sola settimana. Le proiezioni del congresso USA, le quali stimano la crescita 2015 intorno al 2% (ben al di sotto dell’obiettivo di inizio anno del 2,9%), hanno dato adito a provocanti affermazioni in merito ad un possibile quarto QE sebbene i dati sulla crescita del PIL nel secondo semestre abbiano proprio oggi rivisto al rialzo le precedenti stime (dal 2,3% al 3,7%).

Anche i mercati europei hanno subito pesantemente i contraccolpi della correzione, con il Dax che ha raggiunto quota 9338 punti, il 25% al di sotto dei massimi di aprile. Il dato positivo dell’Ifo sulla fiducia delle imprese tedesche e l’allentamento monetario della BCE, iniziato solo pochi mesi fa, lasciano peraltro credere che i ribassi subiti siano stati eccessivi. Gli spread dei Paesi periferici non hanno subito grandi scossoni, rivelandosi tra le asset class meno rischiose, forse ancora grazie alla BCE che dovrebbe mantenere sotto controllo le fluttuazioni intervenendo sul mercato.

In questo quadro passa in secondo piano la vicenda ellenica. Dopo aver strappato l’approvazione del terzo bail-out, Tsipras ha rassegnato le dimissioni preparando l’intera Grecia al secondo ritorno alle urne a distanza di pochi mesi. Ciò ha destato nuovi dubbi sulla reale possibilità per il Paese di intraprendere un percorso virtuoso di riforme strutturali. Il FMI resta, infatti, titubante in merito all’adesione al piano di aiuti, prevista per ottobre a condizione di una dilazione del debito fino a 60 anni da parte dell’Europa. Sul fronte valutario, infine, l’euro ha rotto al rialzo la resistenza a 1,14 contro dollaro, rivelandosi un asset class rifugio. La valuta ha manifestato nell’ultimo periodo una correlazione negativa con i principali listini mondiali.

Mentre scriviamo i mercati stanno tentando di tornare alla normalità con forti rimbalzi che solo nei prossimi giorni e settimane dimostreranno la propria solidità. L’impressione è che sulla base di timori fondati, come le difficoltà del gigante cinese a emanciparsi dall’export e consolidare un percorso di crescita autonomo, i mercati finanziari reagiscano in maniera sempre più  intensa e repentina a causa del continuo avvicendarsi di bolle, effetto collaterale e prevedibile delle politiche espansive messe in atto dalle autorità monetarie di tutto il mondo.

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Chi sale e chi scende: le asset class del mese.

Note

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