Pur senza novità rilevanti in qualche settimana l’Eurostoxx è tornato ai livelli di inizio 2013. Come è potuto accadere? La premessa di ogni ragionamento è che i mercati, dal punto di vista dell’investitore, hanno sempre ragione; pericoloso è dunque l’atteggiamento di chi cerca di andare in controtendenza anche se basato su solide considerazioni oggettive. Il prezzo degli strumenti finanziari infatti, non è solo effetto di mercati razionali capaci di considerare correttamente tutte le variabili in gioco ma è anche, e per alcuni soprattutto, un aggregato multiforme capace di autoalimentare la volatilità e le correzioni repentine che stiamo vivendo in questi giorni.
Detto questo, e confermato l’atteggiamento prudente suggerito ad inizio anno, può essere utile e salutare osservare i movimenti di mercato per soddisfare alcune curiosità sulle relazioni tra le molteplici variabili in gioco.

Uno degli elementi di incertezza molto dibattuti in questi giorni sono i rapporti di cambio, con particolare attenzione all’euro-dollaro che, con il rafforzamento della moneta unica, si è riportato ormai ben oltre 1,10. Sebbene i cambi dipendano da diversi fattori, le relazioni che emergono in questi giorni sono legate alle previsioni sui tassi di interesse che spingono in su le valute dei Paesi che si stima li alzino e in basso quelli che si ritiene possano fare l’opposto. In queste settimane, complici dati economici poco brillanti, le stime sull’atteggiamento della FED nel procedere al rialzo dei tassi si sono fatte più prudenti con la conseguenza di indebolire il biglietto verde.
Dal punto di vista tecnico occorre ricordare come il range di oscillazione che definisce supporto e resistenza di medio-lungo periodo rimane valido tra 1.15 e 1.05.

Anche il petrolio sta creando grattacapi ai listini ed agli analisti che cercano di decifrarne gli effetti. In generale, in un’economia con buone potenzialità di crescita, la riduzione del valore delle materie prime può essere salutata come un elemento positivo che, riducendo il costo di uno dei fattori di produzione, crea le condizioni per favorire la produzione stessa, i consumi e lo sviluppo.
Nel mondo reale e articolato come quello odierno, la debolezza prolungata del prezzo del petrolio nasconde invece almeno due o tre insidie che spaventano i mercati. Il primo sono le conseguenze sul percorso di crescita di molti Paesi emergenti che costituiscono una delle opportunità per lo sviluppo globale ed in particolare per le società quotate sui listini; la mossa dell’Arabia Saudita per mettere in difficoltà i concorrenti potrebbe poi creare serie difficoltà a tutti gli investimenti nel settore energetico ed in particolare alle società che in America, con costi elevati, estraggono il cosiddetto shale oil; infine, dal punto di vista squisitamente finanziario, molti fondi sovrani che traevano risorse dall’oro nero, ridurranno necessariamente il flusso di denaro verso i mercati finanziari.

Gli analisti indicano in 60 dollari al barile un prezzo indicativo capace di riportare equilibrio nel settore, ma qualora questo non succedesse l’economia si riequilibrerebbe comunque, con il solo effetto finale di spostare reddito dai Paesi produttori a quelli consumatori.

Infine una considerazione legata alla relazione tra rischio e rendimento che, a parere di chi scrive, giustifica in parte l’entità delle oscillazioni al ribasso dei listini. Se, correttamente, il valore di qualunque investimento dipende dal rendimento, ma anche dal rischio ad esso collegato, è facile intuire che un aumento di quest’ultimo debba generarne una riduzione che nel caso dei titoli si traduce in una contrazione dei prezzi.

Se molti strumenti di risparmio gestito includono nelle proprie politiche di investimento vincoli più o meno tassativi sulla volatilità a tutela degli investitori, è facile immaginare che un semplice aumento, oltre certi limiti, della volatilità induca i gestori a ridurre il peso delle classi più rischiose, cioè a vendere le azioni. Se poi, qualsiasi investitore, come è probabile, si pone dei limiti alle perdite che è disposto a subire (i più esperti li chiamerebbero stop loss), dopo correzioni sufficientemente ampie, sarà costretto anch’egli a smobilizzare il proprio portafoglio.

La maggior disponibilità di informazione, piattaforme di trading sempre più diffuse e dei sistemi automatici che ormai dominano il mercato spiegano, oltre all’intensità dei movimenti anche la loro velocità.

Note

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Luca Lodi

Luca Lodi

Head of R&D di FIDA, Finanza Dati Analisi, coordina le attività di ricerca-sviluppo e formazione del gruppo (FIDAmind). Sviluppa metodologie quantitative per l'analisi di portafoglio, di strumenti e mercati finanziari. Negli anni precedenti ha collaborato con ADB S.p.A occupandosi della gestione del settore Banche Dati e dell’Uffico Studi. Giornalista pubblicista collabora con testate editoriali.

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