Le ultime settimane hanno visto succedersi delle ottime opportunità per gli investitori, nonostante lo scenario già roseo non sembrasse offrire molto spazio a nuove ondate di ottimismo. Mentre il mercato obbligazionario si è sgonfiato le borse continuano a galoppare. Alla vigilia della vittoria di Trump la capitalizzazione globale dei listini era di 64mila miliardi, e recentemente ha raggiunto i 70mila miliardi, registrando cioè un incremento di 6mila miliardi delle masse che gli investitori hanno scelto di puntare sull’azionario, quasi due volte il Pil della Germania.

L’S&P500 ha conquistato i 2350 punti, nuovi massimi assoluti, e non dà segni di rallentamento. Da oltre tre mesi l’indicatore di forza relativa rimane saldamente sopra 50 e da circa una settimana è in evidente ipercomprato. A soffrire sono le obbligazioni, come ad esempio il T-bond Usa, che comunque aveva iniziato a raffreddarsi già la scorsa estate e con il tycoon ha sono vissuto un’accelerazione al ribasso. Con il dollaro relativamente stabile (pare infatti sempre meno probabile che buchi la parità con l’euro) anche il treasury pare aver raggiunto ora un certo equilibrio.

A dispetto del rischio politico che caratterizzerà anche quest’anno con elezioni in Olanda, Francia e Germania, pure l’area euro gioisce per i listini in attivo da inizio anno.

 

Analisi di mercato: perché c’è il sospetto di una bolla

Il sospetto è che si stia alimentando una bolla, a causa delle diverse contraddizioni manifestate dai mercati: la correlazione positiva tra azioni e oro, insolita a causa della natura di bene rifugio del metallo prezioso, nonché l’andamento del Vix, l’indice sulla volatilità di Wall Street, che si mantiene costantemente basso da mesi, anche qui nonostante l’apprezzamento dell’oro.

Le ragioni potrebbero essere diverse, prima tra tutte quella che staremmo semplicemente assistendo ad un ripopolamento dei portafogli che erano stati precedentemente alleggeriti, e che le condizioni strutturali, in particolare le politiche di crescita fiscali negli Usa e monetarie in Europa, suggeriscono di alimentare pur con una buona diversificazione.

Altra tendenza interessante da sottolineare riguarda i metalli e i minerali, che segnano mediamente un +13% da inizio anno. La view ottimistica sui settori industriali e le infrastrutture sta dando un grande slancio a questi fattori produttivi, con alluminio e rame grandi protagonisti.

Qualche input arriva anche dall’Australia, dove il dollaro da 0.71 Usd di inizio anno ha raggiunto quota 0.77. Nonostante la pubblicazione dei dati sull’inflazione di fine gennaio (al di sotto delle aspettative, a dispetto dei numerosi tagli ai tassi di interesse lo scorso anno) abbia fatto ritracciare il dollaro australiano, la valuta rimane troppo forte, con pesanti effetti sull’economia.

 

Note

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