La vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa ha palesato l’importanza e l’imponenza di un movimento di portata globale fino ad ora non pienamente considerato: il riscatto dei nazionalismi e del populismo, che se già si era manifestato con l’inattesa vittoria del fronte Brexit, è ora conclamato. Anche se i sondaggi e molte testate giornalistiche, ad esempio il New York Times, non davano chance a Trump ma abbracciavano la linea della continuità, una reazione negativa dei mercati a questa eventualità era un fatto ampiamente previsto. A sorprendere è stata piuttosto la rapidità con cui i mercati si sono normalizzati: nel giro di poche ore i pesanti ribassi che facevano presagire un bagno di sangue si sono ridimensionati e i principali listini hanno chiuso non troppo distanti dalla parità.

Le ragioni a cui aggrapparsi sono molteplici e di diversa natura e possono essere ricondotte a tre ordini di idee. In primo luogo è da sottolineare come ciò che forse superficialmente è stato definito cigno nero, tanto nero non è. La vittoria di Trump e l’emergere di un diffuso sentimento di contestazione dell’ordine precostituito non sarebbero mai dovute essere considerate eventi di coda, soprattutto alla luce del contesto economico e politico che si è delineato durante gli otto anni di amministrazione democratica. A ciò si aggiunge che, essendo solamente due le forze in campo, elidere metà dello spazio campionario presenta un certo grado di rischio. È poi da considerare che i mercati possano essere stati rapidamente rassicurati dal primo discorso del nuovo presidente, pronunciato con toni decisamente più moderati di quelli conosciuti durante campagna elettorale. Infine, la storia travagliata della democrazia insegna che forse i populismi non sono necessariamente il male assoluto, ed anche un’agenda politica come quella di Trump può contenere qualcosa che piace ai mercati, a partire dalla volontà di impegnarsi nel settore delle infrastrutture, che se anche determinassero un aumento del disavanzo pubblico, questo almeno sarebbe compensato da un stimolo alla produttività interna. Inoltre, un maggior disavanzo implicherebbe un incremento di tassi e di volumi sui US Treasury presenti sui mercati e quindi dei rendimenti dei bond USA. Si parla poi di uno stop ai sussidi alle energie rinnovabili e della deregulation del carbone, fortemente osteggiato da Obama, con conseguente flessione dei prezzi a livello globale, soprattutto per quanto riguarda il petrolio. Un nuovo sistema di dazi e l’allentamento della pressione fiscale sulle imprese completano il quadro di stimoli per l’industria statunitense.

Tassi Fed: il rialzo a dicembre è dato per scontato dai mercati

Da non sottovalutare l’impatto sul costo del denaro: il rialzo dei tassi previsto per dicembre, ed appoggiato dai repubblicani, sembra ora quasi scontato. Insieme alla politica fiscale espansiva ed all’aumento della spesa pubblica, i tassi in graduale aumento potrebbero stimolare consumi e inflazione, oltre a far apprezzare il dollaro.

Ma i mercati scontano tutto (o quantomeno ci provano) e lo scenario che si prospetta nell’era Trump è già stato largamente anticipato nel corso di queste prime settimane. Abbiamo quindi assistito ad un rafforzamento del biglietto verde, anche sull’euro, e una flessione dell’oro, meno appetibile. Abbiamo anche visto la correzione dei corsi dei Govies Usa, con incremento dei loro rendimenti e penalizzazione di bond e valute dei Paesi emergenti (ma anche un maggior incentivo alla loro crescita interna).

Buone le performance delle società minerarie e, più in generale, dell’indotto delle infrastrutture. Impatti anche sul settore bancario e assicurativo, dove si prospettano aumenti dei margini grazie all’incremento dei tassi. Spostando lo sguardo verso oriente, i consumi interni della Cina potrebbero trarre giovamento da un’eventuale flessione della delocalizzazione Usa, mentre la Russia, beneficiando di un nuovo clima nei rapporti internazionali, potrebbe regalare grandi opportunità.

 

Note

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