Per capire a quale livello sia arrivato il riscaldamento della Terra basta misurare la temperatura al Polo Nord. Le speranze per un abbassamento della temperatura quest’anno c’erano tutte perché l’estate è stata fredda e tempestosa nell’Artico, e gli scienziati speravano che il ghiaccio che ricopre i suoi mari si conservasse bene. E invece sono bastati dieci giorni all’inizio di settembre a ribaltare la situazione, rendendo il 2016 uno degli anni meno ghiacciati nell’emisfero settentrionale. A certificarlo è la Nasa, secondo cui il ghiaccio marino nell’Artico ha raggiunto l’estensione minima annuale il 10 settembre, quando i satelliti hanno rilevato una superficie ghiacciata di 4,14 milioni di chilometri quadrati. La situazione è preoccupante: uno studio fatto da scienziati italiani di Cnr, Ingv e Ogs, ha confermato come l’Artico si stia riscaldando più rapidamente di qualsiasi altro luogo sulla Terra e questo significa che il cambiamento ambientale e climatico viaggia altrettanto velocemente. Tanto che il 2016 è al secondo posto nella classifica degli anni caratterizzati dalle estensioni di ghiaccio più ridotte al Polo Nord, alle spalle del 2012 (3,39 milioni di km quadrati) e appena davanti al 2007 (4,15 milioni di km quadrati).
Il riscaldamento dell’Artico è indicato dalla comunità scientifica come una delle conseguenze più visibili del cambiamento climatico. La ragione? Secondo lo studio della Nasa, la copertura di ghiaccio nell’oceano artico e nei mari limitrofi influenza la circolazione atmosferica e oceanica e contribuisce a regolare la temperatura del pianeta. Insomma, ciò che accade al Polo Nord non resta confinato, entra in circolo e ha conseguenze su tutto il Pianeta. Per contenere l’innalzamento della temperatura, a dicembre 2015, al termine della Conferenza internazionale sul clima di Parigi (COP21) è stata siglata l’intesa per controllare le emissioni di anidride carbonica (CO2) con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi.

Clima: cosa dice l’accordo per ridurre i gas refrigeranti

Ma non c’è solo la CO2 a minacciare il clima. Per questo l’accordo siglato da 200 Stati a Kigali (Ruanda) il 15 ottobre 2016 è stato definito storico: prevede la riduzione graduale dei gas Hfc, ovvero gli idrofluorocarburi, che sono utilizzati come refrigerante per condizionatori, frigoriferi e sono contenuti negli spray. Questi gas sono più pericolosi della Co2, sono in crescita esponenziale – soprattutto per la diffusione di frigoriferi e condizionatori d’aria nei Paesi in via di sviluppo – e sono i responsabili di un’allarmante riduzione dell’ozono negli alti strati dell’atmosfera, il cosiddetto “buco dell’ozonosfera”. Secondo i calcoli degli scienziati, questo accordo potrebbe contenere l’aumento della temperatura globale di 0,5 gradi centigradi. La riduzione, però, non sarà uguale per tutti i Paesi e gli ambientalisti sono scettici per le concessioni fatte ad alcuni Stati. I Paesi industrializzati, infatti, hanno un piano di tagli degli idrofluorocarburi del 10% già dal 2019, ma un centinaio di Stati, fra cui la Cina, che è il Paese più inquinante del mondo, lo hanno messo in programma solo nel 2024 e addirittura India, Pakistan e Iran, secondo l’accordo, hanno la possibilità di tagliare la produzione del primo 10% solo nel 2028. Ma se i tempi del taglio degli idrofluorocarburi sono dilatati, l’accordo di Kigali è più efficace di quello di Parigi perché è legalmente vincolante.
In ogni caso, questi accordi sono una goccia nel mare dell’Artico che si scioglie. Tanto che si pensa di utilizzare sempre di più i satelliti per monitorare i cambiamenti climatici. Presto i satelliti Sentinel che fanno parte del programma Copernicus, nato dalla collaborazione fra Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Commissione Europea e considerato il programma di Osservazione della Terra più completo e complesso attivo nel mondo, potranno essere usati per il controllo dei livelli di CO2. L’obiettivo è la realizzazione di un sistema globale di monitoraggio di questo gas, considerato uno dei primi responsabili del riscaldamento del Pianeta e tra le priorità della prossima generazione delle Sentinelle del pianeta potrebbe esserci proprio l’Artico, che in seguito al progressivo scioglimento dei ghiacci potrebbe addirittura diventare navigabile e, date le risorse energetiche che contiene, solleticare gli appetiti energetici e marittimo-commerciali, per la possibilità di sfruttare le riserve di gas e petrolio, e tracciare nuove rotte per i trasporti marittimi.

IDEE DI INVESTIMENTO

Sul mercato ci sono molti prodotti, soprattutto azionari internazionali, che hanno come strategia di investimento l’acquisto di titoli di società che conducono attività legate al cambiamento climatico. Con un’avvertenza: il periodo minimo consigliato per questi fondi è di almeno 5 anni. Ecco, i migliori tre fondi azionari per rendimento a tre anni che puntano sull’ambiente:

  • Vontobel Clean Technology rende il 13,19% a tre anni (+1,91% da gennaio a ottobre 2016). Il fondo è gestito da Pascal Dudle che ha come primi settori in portafoglio i beni di consumo e la tecnologia e il mercato americano come borsa di riferimento.
    Vontobel Clean Technology
    Vontobel Clean Technology rende il 13,19% a tre anni. Fonte: Morningstar.

     

  • Pictet – Global Environmental Opportunities – R EUR  rende il 12,41% a tre anni (+4,4% da gennaio a ottobre 2016) ed è gestito da Gabriel Micheli e Simon Gottelier. Agricoltura, Energia Pulita, Legname e Risorse Idriche sono i settori di riferimento. Gli Stati Uniti sono il primo mercato in portafoglio.
    Pictet – Global Environmental Opportunities - R EUR rende il
    Pictet – Global Environmental Opportunities – R EUR rende il 12,41% a tre anni. Fonte: Morningstar.

     

  • Parvest Global Environment Classe N rende l’8,85% a tre anni (6,12% da gennaio a ottobre 2016). Il fondo è gestito da Hubert Aarts e seleziona titoli che rispettano i principi di responsabilità sociale, responsabilità ambientale e corporate governance  come dettati dal Global Compact delle Nazioni Unite. Beni industriali e di consumo sono i primi settori in portafoglio e l’America è il mercato più pesante.
    Parvest Global Environment Classe N rende il a tre anni
    Parvest Global Environment Classe N rende l’8,85% a tre anni. Fonte: Morningstar.

     

    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Articolo precedente

Fondi Pmi: perché l’Italia adesso è una scommessa vincente. Dove investire

Articolo successivo

Tecnologia: Musical.ly vuole diventare come Facebook. I migliori fondi per investire

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *