Nel giorno del giudizio greco, dove ormai è chiaro a tutti che in gioco non c’è più solo il futuro del Paese, ma il concetto stesso di Europa, c’è un uomo a cui più di tutti i mercati guardano con fiducia: Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea (Bce). La ragione? Lo scontro all’Eurosummit è tutto politico: un Governo di estrema sinistra, l’unico in Europa e il primo nell’Occidente dal dopoguerra, che si ribella alle politiche di austerità. In sostanza, il Governo Syriza non può permettersi di tradire le promesse elettorali e gli altri Governi non possono permettersi di darla vinta a chi contesta le regole e pretendono un taglio del debito. La partita politica è tutta qui. E le posizioni ormai sono vicine: con le nuove proposte Grecia e creditori distano solo uno 0,5% del Prodotto Interno lordo (Pil) ellenico.

Quella economica, invece, la sta giocando da febbraio Draghi che continua ad erogare liquidità di emergenza (Ela) agli istituti di credito ellenici. La prova del suo impegno è che la Bce ha dato ancora tempo alla politica di muoversi concedendo nuovo ossigeno alle banche greche dopo la fuga dei capitali che è stata nell’ultima settimana di circa un miliardo di euro al giorno. Così tra il 15 e il 19 giugno, la Bce ha concesso prima 1,1 miliardi e poi 1,8 miliardi di liquidità che portano il totale Ela a quasi 86 miliardi: la Banca di Grecia a febbraio aveva chiesto “solo” 3 miliardi e solo questi erano stati autorizzati.

Cosa può accadere adesso? Il segnale di Draghi alla politica è stato chiaro: i fondi per Atene ci sono ma con il contagocce. Non è un mistero che la Bundesbank tedesca vorrebbe fermare l’Ela e poi ci sono le scadenze da rispettare: entro il 30 giugno Atene deve rimborsare 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale (Fmi), e tra luglio e agosto scade il debito di 7 miliardi proprio con la Bce. Serve un accordo, se non oggi nelle prossime due settimane al massimo. Per arrivarci Draghi ha offerto la carota della partecipazione della Grecia al Quantitative easing. Il bastone è che, in caso di stallo del negoziato, il rubinetto della liquidità resterebbe a secco con una tempesta estiva su azioni e titoli di Stato già messa in conto dai mercati, che potrebbe esasperare il Governo greco portandolo alla firma entro fine anno.

Nel frattempo, per domare spread e volatilità è sempre Draghi l’uomo a cui guardare. L’arma che ha in mano si chiama Outright Monetary Transactions (Omt). Si tratta degli acquisti, potenzialmente illimitati, dei titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona in difficoltà e può essere usata per difendere l’euro. Draghi lo sa bene perché ha minacciato di usare l’Omt nell’estate del 2012 per spegnere la fiammata degli spread di Italia e Spagna. Di fatto, con l’Omt la banca centrale è in grado di farsi carico del debito pubblico, anche se gli acquisti di bond devono essere “sterilizzati”, ritirando dal sistema un pari ammontare di liquidità. Nell’estate del 2012 bastò la promessa di Draghi, e il successivo lancio dell’Omt che non è mai stato attivato, a far crollare gli spread.  Ma potrebbe succedere adesso, se la Grecia dovesse riaccendere il contagio.

 

Note

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