Il problema della Cina è la sua crescita. Sembra un paradosso, che però è confermato dai numeri. La prova è che il Paese, nonostante tutto, rallenta e ha abbassato il target di crescita per il 2015 al 7% (dal 7,5% dell’anno scorso). Una manovra obbligata per il premier Li Keqiang che non è una sorpresa per i mercati: la Cina aveva già chiuso il 2014 con una crescita del Prodotto interno lordo (Pil) del 7,4%, l’incremento più basso da vent’anni a questa parte.

Oltre il 70% dei profitti è pubblico. La novità è, invece, che questo calo è stato definito dal Governo “il nuovo corso normale” della Cina e un percorso necessario. La ragione? Anni di corsa del Pil hanno creato per il Paese un problema di gestione dello sviluppo – oltre il 70% dei profitti deriva, infatti, da aziende pubbliche o assimilabili e ancora troppi sono i privilegi che queste ricevono sul fronte dei finanziamenti a discapito delle imprese private – soprattutto dopo che il surplus commerciale e le esportazioni sono diminuiti a causa della crisi economica dell’Europa, che resta la principale area di destinazione dei prodotti cinesi.

Troppa liquidità in circolazione. Ma non solo. Anni di crescita hanno generato un’enorme liquidità sul mercato cinese che è ormai diventata ingestibile: si parla di circa 10,5 trilioni di dollari in circolazione, più del doppio del valore del Pil. Questa enorme massa di denaro ha alimentato la bolla immobiliare e delle commodity, con un’impennata dell’inflazione che nel 2014 è arrivata a toccare il valore del 6,5%, contro un obiettivo di contenimento al 4% previsto nel piano quinquennale.

La bolla immobiliare. Del resto, la cementificazione della Cina è uno dei cavalli di battaglia del premier Li Keqiang che ha come obiettivo 900 milioni di residenti urbani entro il 2025, oltre 250 milioni in più rispetto al 2014. Così dal 1996 al 2013 ben 150 milioni di acri di terra sono stati inghiottiti per sempre dalle città metropolitane. Il risultato? Il mercato immobiliare cinese ha troppa offerta ed è troppo caro. Tanto che nemmeno i milionari cinesi hanno più interesse a investire nel proprio Paese. La prova? Nel 2014 hanno investito 22 miliardi di dollari in real estate americano.

La fuga dei milionari cinesi. E i Paperoni cinesi vorrebbero lasciare la Cina. Secondo una recente indagine riportata da Bloomberg, circa 76 mila cinesi classificabili come high networth hanno cambiato cittadinanza tra il 2003 e il 2013 e ben il 60% dei ricchi cinesi vorrebbe farlo.  Per trattenerli e far ripartire il Paese a marzo 2015 la Banca Centrale cinese ha inaugurato una fase di allentamento monetario, anche se molto meno consistente rispetto a quella di Fed, Bce e Boj, rispettivamente le banche centrali di America, Unione Europea e Giappone. I tassi di interesse di riferimento sono stati infatti ridotti al 5,35%, mentre quello sui depositi bancari è al 2,5%.

 

Idee di investimento

Joep Huntjens NN Investment Partners: «È tempo di nervi saldi».

  • Per chi investe nel Paese è il momento di bilanciare bene il portafoglio e non farsi prendere da panico. “Non crediamo affatto che l’economia della Cina sia sull’orlo di un precipizio” ha scritto Joep Huntjens, head Asian Debt di NN Investment Partners.
  • «Tutto fa presagire che il rallentamento possa, invece, fare da stimolo al Governo per una nuova stagione di riforme, favorevoli per chi investe».
  • Sul piatto, in particolare, c’è il tema della riforma del sistema finanziario e bancario che terrà impegnato il Governo per tutto il 2015 e che potrebbe dare una spinta allo sviluppo delle imprese private.

    Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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