Ad agosto 2015 la svalutazione a sorpresa dello yuan cinese scatenò una tempesta finanziaria globale sui mercati. Un anno dopo lo yuan non sta di nuovo bene e il mercato sta sottovalutando ancora una volta il pericolo perché è abituato a concentrarsi su un tema alla volta: prima le banche e poi la Brexit. Ma il tema yuan c’è, eccome: la valuta cinese è ai minimi da novembre 2010 nei confronti del dollaro, proprio per effetto della Brexit e del golpe turco, e la People’s Bank of China sta svalutando. Cosa significa? La banca centrale del Paese reputa che sia possibile un rallentamento della propria economia più forte del previsto. E una frenata della Cina si porta dietro una frenata globale anche perché la svalutazione dello yuan inmporta deflazione nel mondo, e già adesso siamo ai livelli della crisi economica del 2009 con il termometro dei prezzi che a giugno è sceso sotto il 3% a livello globale.
Come se non bastasse la svalutazione della valuta, la Cina un anno dopo la tempesta dello yuan paga dazio, letteralmente, in Europa. La ragione è che la Commissione Ue ha abolito la lista nera di Paesi che non sono considerati economie di mercato (Mes) e ha introdotto un nuovo sistema valido per qualsiasi stato adotti pratiche sleali, con dazi più alti e più rapidi. In questo modo Bruxelles tenta di aggirare il problema dello status economico della Cina, rispettando gli obblighi legali del Wto mantenendo buoni rapporti con Pechino e allo stesso tempo rafforzando i meccanismi anti-dumping, soprattutto per il settore siderurgico. La commissione Ue deve ancora formulare la proposta legislativa vera e propria, attesa per l’autunno, e questa, a sua volta, dovrà ricevere il via libera di Consiglio e Parlamento Ue. Per la Cina, però non è una buona notizia, tanto che il premier Li Keqiang è sceso subito in campo e al tavolo con Banca Mondiale, Fmi, Wto, Ocse, Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo) e Financial stability boards (Fsb), ha chiesto che i Paesi con margini di bilancio disponibili dovrebbero usare la spesa e gli investimenti pubblici, senza però trascurare il cammino delle riforme dei mercati finanziari e del lavoro. Li Keqiang è convinto che i rischi geopolitici siano in aumento, e per questo tutti i Paesi dovrebbero lavorare insieme per promuovere la ripresa dell’economia mondiale. Qual è l’obiettivo? Pechino vuole uno yuan stabile, non un suo deprezzamento per aiutare l’export, ed evitare una guerra commerciale o delle valute.

La Borsa di Shanghai ancora fuori da Msci

E mentre la politica fa pressioni sul commercio internazionale, la borsa cinese segue il trend post Brexit che ha lanciato i mercato emergenti in una corsa al rialzo. E non importa se, per la terza volta, la Cina non sia riuscita non è riuscita a convincere il Morgan Stanley Capital International (MSCI) a includere le azioni A cinesi nel suo indice sui mercati emergenti e non si sa quando potrà ottenere il via libera dal momento che gli investitori a livello globale hanno sollevato nuove obiezioni.
La società che gestisce l’indice ha ribadito come la Cina abbia ancora molto da fare per rendere i propri mercati accessibili agli investitori esteri. Si tratta di una sconfitta per i politici cinesi che avevano corso contro il tempo per cercare di rispondere alle preoccupazioni del MSCI con la speranza di essere inclusi nel Emerging Markets Index. In gioco c’è l’ingresso di 400 miliardi di dollari di nuovi capitali che potrebbero arrivare sul mercato azionario cinese continentale nei prossimi dieci anni. La domanda c’è, le riserve degli investitori a livello globale sono proprio sulla forza dello yuan e sulla capacità di Pechino di portare avanti riforme di mercato. MCSI rivaluterà il dossier per una possibile inclusione nel 2017 ma non ha escluso che un annuncio possa anche arrivare prima.

IDEE DI INVESTIMENTO

A fine maggio Goldman Sachs aveva dichiarato che erano salite al 70% le possibilità che l’inserimento delle azioni A cinesi quotate a Shanghai e Schenzen avvenisse già in giugno, ma si dovrà ancora attendere. Il rinvio ha un impatto decisivo per chi investe in azioni dei mercati emergenti perché oggi la Cina è già presente nell’indice MSCI emerging markets con le azioni quotate a Hong Kong e ha un peso complessivo del 25,8% sul totale. Se nell’indice entrassero anche le azioni cinesi di tipo A, il peso della Cina sul benchmark utilizzato dai gestori emergenti, secondo calcoli Morningstar, potrebbe salire quasi al 50% e condizionare in maniera significativa il peso di questi fondi specializzati sulle Borse emergenti. Dopo la Brexit, in particolare, i fondi azionari emergenti hanno corso molto con un rialzo medio del 5%.

Ecco i migliori fondi azionari globali specializzati sui mercati emergenti per rendimento a tre anni:

  • Vontobel mtx Sust Emerg Markets Leaders B USD da gennaio a luglio 2016 rende l’8% (+13,24%  tre anni). I gestori Roger Merz e Thomas Schaffner puntano sull’Asia per circa l’80% del portafoglio con la tecnologia come primo settore (46,6%)
    Vontobel mtx Sust Emerg Markets Leaders B USD rende il Fonte: Morningstar.
    Vontobel mtx Sust Emerg Markets Leaders B USD rende il 13,24% a tre anni. Fonte: Morningstar.

     

  • Fideuram MS Equity New World Acc rende l’11,67% da gennaio a luglio 2016 (+11,54% a tre anni). Il fondo gestito da Antonio Peruggini investe in Asia il 62% de portafoglio e ha la finanza come primo settore (24%), seguito dalla tecnologia (18%).
    Fideuram MS Equity New World Acc rende il a tre anni. Fonte: Morningstar.
    Fideuram MS Equity New World Acc rende l’11,54% a tre anni. Fonte: Morningstar.

     

  • Goldman Sachs Emerging Markets Equity Portfolio P Inc rende il 6,34% da gennaio a luglio 2016 (10,74% a tre anni). L’Asia pesa per il 68% in portafoglio e la finanza è il primo settore (36%).

    Goldman Sachs Emerging Markets Equity Portfolio P Inc rende il a tre anni. Fonte Morningstar.
    Goldman Sachs Emerging Markets Equity Portfolio P Inc rende il 10,74% a tre anni. Fonte Morningstar.

 

Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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