I dazi verso alcuni prodotti dei Paesi Ue sono solo l’inizio della guerra commerciale che Trump vuole combattere a tutto campo, dall’Ue fino alla Cina. Del resto Trump l’ha annunciata e preparata per mesi e dopo solo 60 giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump ha dato il via alla guerra commerciale senza confini. Ma i presupposti c’erano tutti: dal fallimento del Ttip – il negoziato per integrare i mercati Usa e Ue è fallito alla metà del 2016  – in poi il sentiment è cambiato. Per raggiungere l’obiettivo dell’America First proclamato in campagna elettorale, Donald Trump ha introdotto dazi verso i prodotti extra Usa cominciando dall’Unione europea ma non in testa il vero bersaglio: la Cina.

Non a caso la Cina il suo presidente Xi Jinping sta facendo di tutto per trasformare Pechino in un’economia di mercato è atteso al suo primo un faccia a faccia il 6 e 7 aprile 2017 con Donald Trump. L’inizio dei rapporti tra la Cina e la nuova amministrazione americana è burrascoso e sul tavolo non c’è solo la questione commerciale, ma anche lo spinoso dossier cyber sicurezza, il tema della Corea del Nord e quello delle mire espansionistiche della Cina nell’area del Pacifico. «La guerra commerciale porterà i peggiori problemi economici che abbiamo ma avuto nella nostra vita», ha detto Jim Rogers il gestore che nel 1973 fondò insieme a George Soros il leggendario fondo Quantum in una recente intervista al settimanale finanziario Barron’s. «E il punto di svolta è proprio la guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina, ma anche il Messico, il Giappone, la Corea, e un certo numero di altri Paesi».

In quelli che Rogers chiama “altri Paesi” ci sono gli aderenti all’Unione europea che sono stati colpiti per primi dai dazi di Trump. In che modo? Ben novanta prodotti, tra alimentari (carne, cioccolato, mostarda per esempio) e beni di consumo (moto, tosatrici) sono finiti una lista su cui potrebbe abbattersi la scure dei dazi di Donald Trump anche se il valore complessivo contro cui l’amministrazione americana può vendicarsi è limitato: secondo le norme del Wto, gli Stati Uniti possono imporre dazi punitivi solo per un valore di 100 milioni di dollari di import.

Guerra commerciale: perché Trump vuole imporre dazi alla Cina

Ma non sono i grandi marchi del made in Italy il vero obiettivo di Trump. La guerra commerciale dichiarata da Trump è senza esclusione di colpi con la minaccia di superdazi a tutti gli altri principali partner: dalla Cina al Giappone, dal Messico alla Corea del Sud. Nell’intervista a Barron’s, Jim Rogers ha ricordato come nel primo giorno di insediamento alla Casa Bianca Trump abbia detto che vorrebbe imporre dazi al 45% sui prodotti cinesi. «Le guerre commerciali portano sempre problemi, spesso al disastro, a volte anche a vere e propria guerre», ha detto Rogers. «E nel caso il presidente Trump ottenesse la guerra commerciale che vuole, gli investitori dovrebbero vendere tutto, perché la storia ci insegna che non ci sono vincitori quando c’è una guerra commerciale». La ragione? La Cina, per esempio potrebbe liberarsi del debito americano – detiene 1,12 trilioni di bond americani – e potrebbe a sua volta imporre dazi ai prodotti americani danneggiando le esportazioni agricole americane che oggi valgono 26 miliardi di dollari verso la Cina.

Insomma se per la Cina l’affare è in America, anche per gli americani la Cina è un affare e cambiare i rapporti adesso è rischioso. Ne è convinto Stephen Roach, ex presidente di Morgan Stanley Asia e senior fellow al Jackson Institute of Global Affairs dell’Università di Yale che ha calcolato come le esportazioni verso l’America sono passate da 5% del PIL cinese nel 1979 a quasi il 38% nel pre-crisi del 2007. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti sono diventati anche fortemente dipendenti dalla Cina che è il terzo più grande mercato di esportazione degli Stati Uniti. Tanto che, secondo i calcoli di Roach, il commercio bilaterale America-Cina è aumentato del 200% dal 1979 al 2016 passando da 2,5 miliardi di dollari a 519,6 miliardi di dollari. Trump ritiene, invece, che i 500 miliardi di dollari di deficit commerciale statunitense – di cui oltre 340 miliardi con la Cina – sono un segno di debolezza nei confronti delle altre potenze esportatrici si devono a politiche di libero scambio sbagliate e da correggere.

IDEE DI INVESTIMENTO

Nonostante il rischio di una guerra commerciale a tutto campo, Rogers continua a vedere in Asia, Cina esclusa, le maggiori opportunità di investimento nei prossimi 10 anni. Hong Kong, Taiwan, Corea, Giappone, Singapore e anche la Russia sono i mercato che preferisce. La ragione? In quest’area si stanno sviluppando attività a maggior valore aggiunto, per esempio tecnologiche, e la popolazione continua a crescere. Rogers non crede che ci sia una bolla sul mercato azionario nel 2017, ma è convinto che una guerra commerciale con la Cina si tradurrebbe in una rovina per le azioni americane che oggi sono sui massimi. In ogni caso, in una guerra Usa-Cina a perdere terreno sarebbero entrambe le economia. Di sicuro c’è che una crisi tra Usa e Pechino potrebbe spingere l’Australia verso rapporti commerciali sempre più stretti con la Cina, soprattutto dopo che Trump ha rottamato il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). «I mercati al momento non si sono preoccupati più di tanto forse perché ono ancora fresche le difficoltà di implementare altre punti di programma (quali quelli relativi a immigrazione e Obamacare) e perché pensa che le minacce di Trump siano in qualche modo aggirabili», ha detto Massimo Saitta, direttore investimenti di Intermonte Advisory e Gestione. «Ma come ha osservato anche il ministro dello sviluppo economico Calenda il rischio è quello di una escalation di dazi e contro dazi che metterebbero a rischio la governance del commercio mondiale». E per Saitta a perdere sarebbero sia le aziende che esportano significativamente negli USA sia le aziende statunitensi.

Per seguire lo scenario dipinto da Jim Rogers e puntare sull’Asia allargata anche al Pacifico ecco i migliori fondi azionari che investono sul’area (categoria Morningstar: Azionari Asia Pacifico incluso Giappone)

 

  • Comgest Growth Asia USD Acc Class rende il 19,1% da marzo 2014 a marzo 2017 (+9,83% da gennaio 2017). Il fondo è gestito da Chantana Ward e Caroline Maes che hanno come primo mercato il Giappone (62%). Tra i primi settori in portafoglio ci sono la tecnologia (23,8%) e i beni industriali (20,54%).
    Comgest Growth Asia USD Acc Class rende il 19,1% da marzo 2014 a marzo 2017 (+9,83% da gennaio 2017). Fonte: Morningstar.
    Comgest Growth Asia USD Acc Class rende il 19,1% da marzo 2014 a marzo 2017 (+9,83% da gennaio 2017). Fonte: Morningstar.

     

  • Jpm Pacific Equity D (acc) – Usd rende il rende il 15,75%% da marzo 2014 a marzo 2017 (+8,79% da gennaio 2017). Il fondo è gestito Robert Lloyd che investe prevalentemente in Giappone (+39,80%) e Asia emergente (24,62%). Il settore più pesante in portafoglio è la finanza (28,61%) seguita dalla tecnologia (24,79%) e dai beni di consumo (24,79%).
    Jpm Pacific Equity D (acc) – Usd rende il rende il 15,75%% da marzo 2014 a marzo 2017 (+8,79% da gennaio 2017). Fonte: Morningstar.
    Jpm Pacific Equity D (acc) – Usd rende il rende il 15,75%% da marzo 2014 a marzo 2017 (+8,79% da gennaio 2017). Fonte: Morningstar.

     

  • Vitruvius Asian Equity B USD rende il rende il 15,67%% da marzo 2014 a marzo 2017 (+10,20% da gennaio 2017). Il fondo investe in società che hanno sede in Asia o che svolgono una parte preponderante della loro attività economica in tale continente. L’Asia emergente è il primo mercato in portafoglio (50,17%) e la tecnologia il primo settore (36,1%).

    Vitruvius Asian Equity B USD rende il rende il 15,67%% da marzo 2014 a marzo 2017 (+10,20% da gennaio 2017). Fonte: Morningstar.
    Vitruvius Asian Equity B USD rende il rende il 15,67%% da marzo 2014 a marzo 2017 (+10,20% da gennaio 2017). Fonte: Morningstar.
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