Se si guarda al listino prezzi del petrolio, la tendenza è al rialzo. Le quotazioni di aprile per l’Asia e gli Stati Uniti, infatti, indicano rincari di un dollaro e più al barile per tutte le qualità di greggio commercializzate. Se, invece, si vuole dare retta alle dichiarazioni di intenti dei padroni del mercato sembrerebbe che la strada per il barile sia tutta al ribasso. Almeno nel breve.

Il peso dell’accordo Stati Uniti- Iran sul nucleare. La prova? Fereidun Fesharaki, segretario di FACTS Global Energy, uno dei maggiori esperti mondiali del mercato del greggio, durante la conferenza annuale di Credit Suisse per gli investimenti asiatici che si è svolta alla fine di marzo 2015, è stato chiaro: “Non ci sono margini per una salita: il prezzo più ragionevole è di 20-25 dollari al barile”, ha detto. “E le quotazioni potranno che scendere fino a quei livelli, anche se non vi sosteranno a lungo”. Il motivo? Fesharaki punta molto sull’accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Iran che, da solo, potrebbe fare diminuire le quotazioni del petrolio subito di 5 dollari al barile.

Ma quali sono, dunque, gli scenari possibili da qui a fine anno? A questa domanda ha risposto in un articolo per Bloomberg Mohamed A. El-Erian, capo economista di Allianz e già Ceo di Pimco. Per El-Erian, il mercato sta lavorando da tempo sulla creazione di un piano che consenta ai prezzi del greggio di riguadagnare parte del terreno perduto. Anche se è improbabile che possano tornare ai 100 dollari al barile nel breve periodo. E sono tre i punti chiave nei prossimi mesi:

  1. Le attese sono per un continuo consolidamento, anche se all’insegna della volatilità, con una tendenza verso l’alto nel corso dell’anno.
  2. Va escluso un ritorno dei prezzi a 100 dollari.
  3. I produttori a basso costo di petrolio e di prodotti energetici tradizionali espanderanno la propria quota di mercato.

La nuova minaccia russa.
Nelle ultime sette settimane il Brent è risalito dai minimi attorno a quota 45 dollari fino a superare i 60 dollari al barile, nonostante i continui timori sull’eccesso di capacità produttiva a livello globale. E sulla dinamica dei prezzi, oltre ad Opec e shale oil americano, si è inserita una nuova variabile: i samovar russi, ovvero le raffinerie che trasformano il greggio in olio combustibile, in continua diminuzione. La ragione? Quando i prezzi del petrolio scendono, il Governo riduce lo sconto fiscale che queste raffinerie hanno per l’esportazione del petrolio. La conseguenza è un minor utilizzo di greggio da parte di queste raffinerie e un possibile aumento delle esportazioni: non accadeva da dieci anni.

Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Articolo precedente

La Cina rallenta perché può ammalarsi di troppa crescita. La view di NN Investment Partners

Articolo successivo

Grecia, su chi pesa il rischio default. L’analisi di Goldman Sachs

Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *