La tensione nei rapporti tra Stati Uniti e Cina era uno dei rischi geopolitici messo in conto dagli analisti nel caso Donald Trump fosse stato eletto alla presidenza americana. E le previsioni non sono state smentite, anzi, l’esclatation degli scrontri tra i due Paesi è costante da quando l’8 novembre la Casa Bianca ha un nuovo inquilino che si insedierà ufficialmente solo a gennaio 2017 ma, di fatto, sta già imprimendo una direzione nuova che punta meno sulla diplomazia e più sullo scontro. L’ultimo motivo di scontro è stato il sequestro da parte di Pechino un drone americano utilizzato dalla marina Usa per monitorare le acque internazionali del Mar cinese meridionale. Il Pentagono ha risolto la situazione con un accordo, ma per 24 ore le accuse tra i due Paesi con incursioni via Twitter di Trump si sono susseguite. Questo episodio si inserisce in un momento delicatissimo nei rapporti tra i due Paesi, segnato appunto dal passaggio di consegne tra Barack Obama e Donald Trump alla Casa Bianca con tutte le incognite sulla linea che il presidente vorrà tenere nei confronti del Dragone, soprattutto dopo il recente colloquio telefonico tra Trump e la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, che ha suscitato le proteste ufficiali della Cina.
Taiwan ha con la Cina una relazione complicata dalle fine della seconda guerra mondiale da quando l’isola fu posta sotto il controllo della Repubblica cinese di Chang Kai-shek, quattro anni dopo, quando perse la guerra civile contro l’Esercito di liberazione di Mao Zedong, provò a chiedere poi l’appoggio degli Stati Uniti per riconquistare l’indipendenza ma tutti i tentativi andarono falliti. Nel 1971 l’Onu pose fine alle smanie di indipendenza di Tapei e trasferì il seggio della Repubblica cinese, ovvero Taiwan, alla Repubblica popolare cinese decretando di fatto due Cine con una, Pechino, più forte dell’altra, Taipei.
Da allora i due Paesi hanno avuto uno sviluppo culturale ed economico separato, anche se Taiwan è dipendente dagli investimenti cinesi che rappresentano i due terzi di quelli esteri che arrivano nel Paese. Dopo l’arrivo di Trump, a Taipei sono in molti a credere di poter instaurare nuovi rapporti internazionali e veder riconosciuto un ruolo diverso da quello di provincia indipendente dell’impero, ma pur sempre provincia.

Scontro Usa-Cina: da Taiwan al Wto, le partite aperte

Taiwan è però solo uno dei motivi di tensione tra Usa e Cina. Il primo e più delicato per i cinesi è la gestione dei rapporti commerciali internazionali e il rischio concreto di dazi per le merci che vede in campo anche in Paesi Ue. La Cina ha atteso la scadenza dell’11 dicembre 2016 e poi ha mosso contro Usa e Ue per il mancato riconoscimento di status di economia di mercato (Mes), valutato come un atto dovuto dopo gli accordi adesione al Wto nel 2001. La ragione? Risolvere il nodo dell’approccio del Paese surrogato per calcolare le misure anti-dumping sull’export in conformità con l’Art.15 del protocollo, tale approccio è scaduto domenica 11 dicembre. Cosa significa? Il sistema usa i costi di produzione in un Paese terzo per il calcolo del valore dei prodotti da economie non di mercato. Di fatto, Pechino chiede il riconoscimento dello status di economia di mercato, ritenuto un passaggio automatico alla scadenza dei 15 anni transitori concordati. Ue, Usa e anche Giappone per ora non hanno soddisfatto la richiesta e con l’arrivo di Trump i conflitti sono destinati ad aumentare. Le ragioni sono tutte nei numeri: nel 2015, l’interscambio Usa-Cina si è attestato a 599,2 miliardi di dollari, secondo il Census Bureau, l’istituto di statistica americano, con un deficit americano di 367,2 miliardi. Tra Pechino e Bruxelles, invece, nei calcoli della Commissione Ue, gli scambi bilaterali sono stati 520,8 miliardi di euro, con un disavanzo europeo di 170,3 miliardi.
A complicare le relazioni tra Cina e Usa c’è poi l’effetto valuta. Dall’ottobre 2016 il renminbi è entrato a far parte del paniere del Fondo monetario internazionale (FMI), fino ad allora riservato solo a dollaro, euro, sterlina e yen. Per Pechino, quindi, non sono più possibili manovre di svalutazione a sostegno dell’economia, e proprio nella logica di operare in un’economia di mercato la Cina ha dovuto attingere alle proprie riserve in valuta straniera per impedire una svalutazione che avrebbe subito macchiato la reputazione della valuta nazionale e anche per frenare l’emorragia di capitali dalla Cina. In che modo? People’s Bank of China, la banca centrale cinese, ha venduto grandi quantità di Treasury Usa, tanto che adesso lo stock complessivo di T-bond è sceso a 1.115 miliardi facendo perdere alla Cina il primato di maggior possessore globale dei debito americano e passando lo scettro al Giappone con 1.132 miliardi di dollari.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il trend di vendita del T – Bond da parte della Cina per gli analisti non è destinato a finire nel breve periodo. La recente decisione della Federal Reserve di alzare i tassi è tra gli elementi destinati a indebolire ulteriormente lo yuan, vista la forza del dollaro, soprattutto dopo il rialzo dei tassi Usa a dicembre 2016 e, a maggior ragione, se se l’anno prossimo Janet Yellen riuscirà nell’intento di mandare in porto le tre strette ipotizzate, è assai probabile un ulteriore apprezzamento del biglietto verde. Per Pechino, tuttavia, la decisione di cedere una parte dei bond a stelle e strisce in portafoglio non è facile. Il rischio è infatti quello di dover iscrivere a bilancio ingenti perdite aggravando già il debito cinese che, secondo l’analisi di Pictet asset management, è il vero problema della Cina. Quello pubblico sarà ancora relativamente modesto, ma dalla crisi finanziaria globale quello del settore privato è quasi raddoppiato in proporzione al prodotto nazionale, fino a sfiorare il 205% del PIL.  Il problema quasi sicuramente peserà sull’economia cinese, causando un rallentamento della crescita al di sotto del 5% annualizzato entro la fine del decennio, ma non dovrebbe rappresentare un rischio sistemico né entro né oltre i confini nazionali. Probabilmente, infatti, il governo spalmerà i danni nell’arco di parecchi anni. La Cina resta un buon affare per chi investe soprattutto se si guarda alla tecnologia, il settore su cui si basa il futuro della Cina.

Per puntare sulla Cina ecco i migliori fondi azionari Cina:

I migliori fondi azionari per investire sulla Cina

ProdottiRendimento 3yRendimento YTD
UBS (Lux) EF China Oppo (USD) P18,60%4,53%
Neuberger Berman China Equity USD A Acc18,19%1,05%
Vontobel mtx China Leaders Classe B 17,69%7,36%
BGF China A217,39%8,60%
Henderson China Fund Usd Classe A2 Acc 16,85%7,57%
Fidelity China Focus E-ACC-Euro 15,68%5,50%
Schroder China Opportunities Classe B15,04%8,94%
EdRF China A-EUR13,98%-1,60%
Allianz China Equity IT USD13,97%3,80%
Threadneedle China Opp Inst Net EUR12,69%4,28%
Wells Fargo (Lux) WF-China Eq A$ Acc12,65%-0,06%
Invesco China Focus Equity Fund Classe E Eur 12,49%5,23%
Hsbc Gif Chinese Equity Classe Ac Eur 12,38%2,44%
New Capital China Equity USD Ord Acc12,00%-3,36%
Robeco Chinese Equities D EUR Acc11,98%8,32%
Nella tabella, i migliori fondi azionari per rendimento a tre anni che investono sulla Borsa cinese. Fonte: Morningstar Direct.

 

Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Articolo precedente

Analisi di mercato: il falco Yellen fa volare il dollaro

Articolo successivo

Portafoglio 2017: più emergenti ed Europa, i migliori fondi azionari per investire

Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *