C’è la trasformazione del mercato globale dell’energia dietro la fine della cosiddetta era Bric, l’acronimo inventato da Goldman Sachs per catalogare le economie di Brasile, Russia, India e Cina. Ne è convinto Daniel Yergin, economista e premio Pulitzer, fondatore della società di ricerca Cambridge Energy Research Associates. “Quello che sta accadendo oggi è un ribilanciamento dell’economia mondiale: stiamo passando da un periodo di scarsità nell’offerta a uno di abbondanza dovuto ai grossi passi avanti nella tecnologia” ha detto Yergin nel corso di una Conferenza ad Abu Dhabi che faceva il punto sul mercato del petrolio. Cosa significa? Secondo Yergin, stiamo passando dall’era Bric all’era Shale, dove shale sta per scisto ed è un tipo di gas metano derivato da argille da cui si produce energia “verde”, con un risultato simile al petrolio.

Questa trasformazione riguarda prima di tutto le compagnie dell’energia che devono investire per adeguarsi, ma in generale riguarda le economie dei Paesi di riferimento. A tal punto che l’acronimo inventato nel 2001 dall’economista Jim O’Neill, adesso fuori dalla banca d’affari Goldman Sachs, per mettere insieme Paesi ad alto tasso di crescita – a cui poi si aggiunse la “S” di Sud Africa – non ha più ragione di essere. Tanto che, è stato deciso di chiudere il fondo Goldman Sachs Bric (qui la comunicazione alla Sec datata settembre 2015) che negli ultimi 5 anni è sceso da 1,2 miliardi di euro a 200 milioni di euro di asset (circa 215 milioni di dollari), secondo dati Lipper, società del gruppo Thomson Reuters.
E la caduta non riguarda solo Goldman Sachs. Secondo Lipper, il totale dei fondi specializzati sui Bric venduti in Europa, dal 2010 al 2015 è sceso da 22,4 miliardi di euro a 5 miliardi di euro per un totale di 92 comparti.

Il rallentamento dei mercati Bric non è una sorpresa ed è in corso da qualche tempo. I mercati azionari in Cina, Russia e Brasile, sono appesantiti da grandi aziende statali, spesso inefficienti, e hanno corso molto meno rispetto ad altri Paesi emergenti più piccoli e snelli come l’Indonesia e le Filippine.
La crescita economica incerta e le riforme troppo a lungo rimandate sono la causa della battuta d’arresto in Brasile (leggi qui l’approfondimento di Online Sim) e Russia la più colpita dalla guerra sul petrolio e dal passaggio allo shale (leggi qui l’approfondimento di Online sim), mentre i dubbi sulla stabilità finanziaria della Cina sono evidenti (leggi qui lo scenario di Online sim).
L’unico Paese che ha resistito è l’India. Il mercato azionario sale da due anni, ma dopo un periodo di scarso rendimento, e il governo sta lottando per ottenere riforme fiscali e del lavoro in Parlamento.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

I critici fin dal primo momento avevano visto nella sigla Bric uno strumento di marketing per vendere una porzione di mercati emergenti con maggiore successo. In realtà, la critica sul marketing è solo la punta di un iceberg. C’è da chiedersi, invece, se investire in soli quattro Paesi soprattutto quando i mercati emergenti, così soggetti ad alti e bassi repentini, sono sotto pressione non sia un rischio troppo alto.
La ragione è nei numeri: l’indice Morgan Stanley Capital Index Bric (MSCI BRIC) è composto da 300 aziende, contro le 800 del benchmark emergenti (MSCI EM), e una gran parte di esse sono imprese statali e produttori di materie prime. L’indice BRIC ha sottoperformato l’indice EM nell’ultimo anno e si è mostrato decisamente più volatile e rischioso e questo ha portato le società di gestione a valutare la chiusura, come ha fatto Goldman Sachs, o la fusione di fondi.

Fine dei fondi Bric dunque? Non proprio, ma è sicuro che questo segmento di investimento, per restare redditizio, dovrà fare i conti con uno stile di gestione rinnovato: sarà con ogni probabilità la fine dei fondi Bric concepiti come lo sono stati fino ad oggi, ovvero con un patrimonio investito al 100% sui Bric, dando al gestore più possibilità di una maggiore diversifcazione.
Che la strada sia giusta lo dimostra l’analisi di portafoglio dei campioni di rendimento in questo settore (Categoria Morningstar: Azionari BRIC) che hanno già sfruttato al massimo la libertà di gestione concessa finora:

  • Goldman Sachs Bricssm Portfolio Classe E (acc) la famiglia di fondi Bric targati Goldman Sachs nelle varie classi è la prima per rendimento da inizio anno con il 7% (2,63% a tre anni). La società di gestione americana, che non ha mai reso noto il nome del gestore del fondo, ha deciso di abbandonare questo segmento di mercato. Il portafoglio è investito al 100% in Bric e i primi settori sono finanza e tecnologia.
  • Allianz Bric Equity il fondo gestito da Kunal Gosh e Lu Yu rende da inizio anno il 5,61% (a tre anni il rendimento è dell’1,42%) ed è il secondo campione di rendimento di categoria. Il gestore negli ultimi due anni ha approfittato delle possibilità concesse dal regolamento del suo fondo investendo solo due terzi dei suoi attivi in Paesi Bric. Questo ha salvato il rendimento ma non gli asset che dal 2010 al 2015 sono scesi da 1 miliardo di euro a 276 milioni e la fusione con un fondo emergente più grande è un’opzione allo studio.
  • Parvest Equity Bric Privilege e Parvest Equity Bric Classe N entrambi gestiti da Don Smith hanno usato questa tecnica della diversificazione. Il comparto Privilege rende da gennaio 4,9% (2% a tre anni), mentre il Classe N rende da inizio an il 3,47% (0,49% a tre anni) con un portafoglio investito in finanza e materie prime.

    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Articolo precedente

Chi sale e chi scende: le classifiche del mese

Articolo successivo

I grandi gestori dicono addio alla Co2: il fondo decarbonizzato salva clima e rendimento

Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *