La stagione del raccolto è cominciata in America e Inghilterra e gli agricoltori stanno celebrando un’altra annata eccezionale. Il grano non è mai stato così in salute e il prezzo delle arance è arrivato a un livello da mercato Toro a tutti gli effetti. Eppure, negli 40 anni del Ventesimo secolo, la popolazione mondiale è raddoppiata da 3 a 6 miliardi di persone, e la produzione annua di grano è salita ancora più veloce, quasi triplicando nello stesso periodo. E le statistiche contenute nel libro del giornalista del National Geographic Joel K Bourne, The End of Plenty, letteralmente la fine dell’abbondanza, dicono che ci stiamo avvicinando velocemente al punto in cui avremo da sgranocchiare dei numeri al posto del grano. La ragione? Stiamo consumando cibo a una velocità superiore di quanto siamo in grado di produrne. Anche per colpa del cambiamento climatico. A dipingere l’immagine di un serpente che si morde la coda per descrivere il circolo vizioso che lega il cibo al cambiamento climatico è anche il Wwf, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione che ricorre il 16 ottobre.

Bourne nel suo libro fa due conti: ci sono 805 milioni di persone malnutrite nel pianeta e la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere i nove miliardi entro il 2050. I cambiamenti climatici potrebbero rendere terreni agricoli inadatti al raccolto. La prova è l’agricoltura produce già oggi un terzo delle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale.
La buona notizia è che gli agricoltori oggi producono abbastanza calorie per nutrire nove miliardi di persone con una dieta sana, prevalentemente vegetariana. La cattiva notizia è che le risorse non ci saranno in eterno e che già oggi il 70% dell’acqua de pianeta viene usata per irrigare i campi. Per arrivare al fabbisogno di grano previsto entro il 2030 la produzione, secondo i calcoli di Bourne, dovrebbe aumentare almeno di 5 volte riaspetto a quella attuale, anche per coprire la produzione di carburanti puliti.

Ecco perché il cosiddetto food recovery, ovvero la riduzione degli sprechi alimentari, insieme con lo sviluppi di tecniche innovative per l’agricoltura, sono due temi di business per Governi, aziende e a cascata per chi investe con un’ottica di lungo periodo.
È di poche settimane fa l’annuncio del Segretario all’agricoltura Statunitense Tom Vilsack che ha diffuso l’obiettivo nazionale di riduzione degli sprechi alimentari del 50% entro il 2030. Il piano concreto di riduzione incoraggia i singoli cittadini e fornisce loro gli strumenti per attare la riduzione, proponendo incentivi fiscali alle imprese che donano gli scarti di cibo. È la prima volta nella storia che gli Stati Uniti presentano un obiettivo nazionale di riduzione degli sprechi alimentari. L’obiettivo è condiviso con le Nazioni Unite e sarà tema di dibattito nel corso del Food Recovery Summit che si terrà a Charleston, South Carolina, il prossimo novembre.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il Wwf ha stilato un decalogo dell’alimentazione “salvaclima”, che va dall’acquisto di prodotti locali alla riduzione degli sprechi. Oltre ai consumatori, secondo l’associazione, devono intervenire i governi, incentivando anche fiscalmente il passaggio dagli attuali sistemi di produzione alimentare, con un alto consumo di risorse naturali, all’agroecologia e alla pesca sostenibile.

Sulla trasformazione dell’agricoltura verso sistemi più sostenibili investono i fondi specializzati sul tema (Categoria Morningstar: Azionari settore agricoltura). Ecco i migliori cinque per rendimento a 3 anni:

  • Amundi Funds Equity Global Agricolture Classe Su che rende il 6,63% a tre anni e ha il 57% del portafoglio investito in America.
  • Allianz Global Agricultural Trends AT EUR che rende il 6,57% a tre anni e investe in prevalenza in società americane (67% del portafoglio).
  • RobecoSAM Sustainable Agribusiness Equities D EUR che rende il 6,33% a tre anni e investe il 51% del portafoglio in America.
  • Pictet – Agriculture Classe R Eur che rende il 5,45% e ha il 50% del portafoglio investito in America.
  • Deutsche Invest I Global Agribusiness NC che rende il 3,16% a tre anni e investe il 40% del portafoglio in America.

    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

 

 

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

1 Commento

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    2 Novembre 2015 a 11:13 — Rispondi

    Complimenti.,un blog ricco di contenuti davvero interessanti.

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