Bilanciato e rassicurante. Per il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, questa è la descrizione che si addice al quadro dell’economia cinese dopo che le autorità di Pechino hanno tracciato le loro previsioni al Fondo monetario. Ma la Cina resta un osservato speciale per i mercati dopo lo choc di questa estate e soprattutto dopo che il dato ha confermato le previsioni di quanti temevano che la crisi della tigre asiatica non fosse passeggera. Le importazioni di Pechino, infatti, sono diminuite del 20,4% in settembre dimostrando tutte le difficoltà della secondo economia del mondo. Da monitorare c’è il rallentamento della crescita che, secondo un sondaggio del quotidiano economico cinese Economic Information Daily, quest’anno sarà inferiore al 7%.

E le aspettative sono per una revisione al ribasso delle prospettive di crescita del Paese per i prossimi 5 anni: nel periodo 2016-2020 il dato potrebbe essere rivisto al ribasso al 6,5%, contro l’attuale 7%. Nel frattempo, la Banca centrale cinese (Pboc) continua a rassicurare le Borse con misure di stimolo periodiche, una sorta di Quantitative easing alla cinese. L’ultima è stata nel weekend del 10 ottobre con l’avvio di una riforma del sistema delle telecomunicazioni.

La Banca centrale ha in programma di sviluppare un progetto pilota per incrementare le possibilità di prestito delle banche. In pratica, il piano che consente agli istituti di credito di dare in pegno asset per assicurare prestiti dalla Pboc che è già in vigore nelle aree di Shandong e Guangdong, sarà esteso alle nove province delle aree di Shanghai e Pechino.

Ma è evidente che qualcosa in Cina si è rotto. E il Partito comunista da sempre al potere si sta interrogando su come venirne fuori, addirittura mettendosi in discussione. L’uomo del dubbio è Wang Qishan, 67 anni, forse l’uomo più potente al seguito di Xi Jinping, che ha portato avanti una dura campagna anti corruzione negli ultimi tre anni. Amico e sodale del presidente fin dalla gioventù, Wang è uno dei sette membri del Comitato permanente del Politburo, il vertice del complesso sistema politico cinese. Secondo molti sarebbe ancora più potente del premier Li Keqiang su cui probabilmente peserà il rallentamento economico, la volatilità delle borse e l’indebolimento del sistema paese che ne consegue. E, soprattutto, Wang è l’uomo chiave dell’economia nel nuovo corso accentratore del presidente Xi Jinping.

Dalle mosse di Wang, che dovrebbe lasciare il suo incarico nel 2017 ma sta facendo di tutto per prolungare, dipendono i destini dell’economia, anche globale. Impavido e incorruttibile, Wang si è guadagnato il soprannome di “diavolo” proprio per la sua campagna anti corruzione che lo ha portato a tagliare centinaia di teste, persino tra generali e politici di lungo corso. Ma chi lo ha conosciuto da vicino lo considera il più occidentale dei membri del Politburo e anche il più interessato ad apprendere culture diverse dalla sua. Sposato con Yao Mingshan, figlia del vice premier Yao Yilin, ha consacrato tutta la sua vita al partito e alla finanza.

Nel 1990, come presidente esecutivo della prima banca d’investimento della Cina, China International Capital Corporation, è stato il fautore dell’ondata di offerte pubbliche iniziali delle aziende statali del Paese. E ha sorpreso i banchieri occidentali con decisioni coraggiose: per esempio scavalcò Morgan Stanley, per nominare Goldman Sachs come capofila per l’offerta di China Telecom. Ma non solo. Nel 2003 è stato il punto di riferimento del Governo nella gestione dell’epidemia di Sars e nel 2008 è stato l’uomo delle Olimpiadi. E cinque anni dopo, Wang ha guidato la delegazione di Pechino negli Stati Uniti-Cina per trattare i temi di strategia economica con Barack Obama.

Per primo Wang ha posto il problema della legittimità a governare del partito che, negli ultimi trent’anni, non è mai passato dalle elezioni. Il tema adesso è che dopo aver tolto dalla povertà 600 milioni di cinesi, facendo nascere la cosiddetta classe media, ora la politica cinese è di fronte alla prova della stabilità del proprio modello e a dover affrontare problemi economici differenti: chiudere fabbriche, invece di aprirle, stimolare l’economia invece di raffreddarla, e soprattutto creare posti di lavoro qualificati per i laureati che saranno almeno 3 milioni da qui al 2025.

Per questo c’è chi è pronto a scommettere che per la politica cinese sia cominciato un finale di partita, come era successo in Urss. Per ora c’è Wang, il diavolo, a garantire la stabilità.

 

 

 

Note

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Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

1 Commento

  1. Avatar
    20 Ottobre 2015 a 22:20 — Rispondi

    Non seguo molto il mondo dell’edilizia immobiliare.In materia sono molto ignorante ma credo che l’economia cinese supererà la nostra.

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