Per molti anni il successo di un’azienda si misurava con una domanda molto semplice: quanto riesce a produrre? Oggi ce n’è un’altra, forse ancora più importante. Quanto riesce a continuare a produrre quando qualcosa va storto? Può sembrare una sfumatura. In realtà racconta una delle trasformazioni economiche più profonde degli ultimi anni.
Qualche esempio? Una pandemia ha fermato fabbriche in tutto il mondo. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha rallentato il commercio internazionale. Un ransomware ha bloccato ospedali, aziende e infrastrutture. Le ondate di calore hanno ridotto la produttività del lavoro e messo sotto pressione le reti elettriche. Le tensioni geopolitiche hanno reso più difficile l’accesso a energia, semiconduttori e materie prime strategiche.
A prima vista sembrano episodi senza alcun legame tra loro. In realtà raccontano tutti la stessa storia. Per decenni l’economia ha cercato soprattutto di diventare più efficiente. Le imprese hanno prodotto dove costava meno, ridotto le scorte, allungato le catene di fornitura e ottimizzato ogni processo per eliminare tempi morti e costi inutili. Quel modello ha funzionato. Ma aveva un punto debole. Era stato progettato per un mondo in cui gli imprevisti erano considerati eccezioni.
Oggi non è più così. Gli shock (climatici, tecnologici, geopolitici o sanitari) sono più frequenti, più interconnessi e soprattutto più costosi. La ragione? Colpiscono un’economia globale nella quale energia, dati, logistica, finanza e produzione dipendono sempre di più gli uni dagli altri.
Per questo motivo sta cambiando anche il modo di investire delle imprese. Sempre più risorse vengono destinate non tanto a produrre di più, quanto a evitare che la produzione si fermi. Proteggere dati, reti elettriche, approvvigionamenti, infrastrutture, acqua, stabilimenti, raccolti e catene di fornitura è diventato parte integrante della strategia di crescita. La protezione non è più soltanto una voce di costo. Sta diventando un investimento produttivo. Ed è proprio questa trasformazione che sta dando vita a uno dei grandi megatrend destinati a influenzare l’economia del prossimo decennio.
Perché oggi prevenire costa meno che fermarsi
Per capire quanto questo cambiamento sia profondo basta osservare come è cambiata la percezione del rischio all’interno delle imprese. Per molti anni la competitività si misurava soprattutto sulla capacità di ridurre i costi. Oggi un numero crescente di aziende considera altrettanto importante la capacità di continuare a operare quando qualcosa interrompe il normale funzionamento del business.
Lo conferma il Global Risks Report del World Economic Forum, che descrive un contesto nel quale rischi geopolitici, tecnologici, ambientali ed economici non agiscono più separatamente, ma tendono a rafforzarsi a vicenda. In uno scenario così interconnesso, la resilienza diventa un vantaggio competitivo tanto quanto l’innovazione o l’efficienza.
Anche l’Allianz Risk Barometer, che ogni anno raccoglie le opinioni di migliaia di risk manager e imprese in tutto il mondo, fotografa la stessa evoluzione. Per il quinto anno consecutivo il principale rischio percepito dalle aziende è rappresentato dagli attacchi informatici. Seguono l’interruzione dell’attività, le catene di fornitura, gli eventi climatici estremi e i cambiamenti normativi. Non sono rischi isolati: spesso si alimentano a vicenda, aumentando l’impatto economico di ciascun evento.
Lo dimostrano anche i numeri delle catastrofi naturali. Secondo Swiss Re, negli ultimi anni le perdite economiche assicurate causate da eventi naturali hanno superato con sempre maggiore frequenza i 100 miliardi di dollari l’anno, una soglia che fino a pochi decenni fa rappresentava un’eccezione. Per i riassicuratori non si tratta più di episodi straordinari, ma di una nuova normalità.
La conclusione è semplice, ma cambia profondamente il modo di allocare il capitale. Fino a ieri le imprese investivano soprattutto per crescere. Oggi investono anche per continuare a crescere quando il contesto diventa più fragile. È una differenza sottile. Ma è proprio da questa differenza che sta nascendo una nuova economia della protezione.
La protezione è diventata un tema di investimento trasversale
Oggi la protezione non riguarda più solo difesa e cybersecurity, ma un insieme di settori destinati a rendere l’economia più resiliente.
- Cybersecurity: la digitalizzazione di imprese e infrastrutture aumenta il valore della sicurezza informatica. Secondo IBM, investire in prevenzione riduce costi e tempi di recupero dopo un attacco.
- Reti elettriche: la crescita di AI, data center ed elettrificazione richiede infrastrutture energetiche più intelligenti e resistenti agli eventi estremi.
- Acqua: depurazione, riutilizzo e desalinizzazione stanno diventando investimenti strategici per garantire la sicurezza delle risorse idriche.
- Supply chain: le aziende diversificano i fornitori, aumentano le scorte e investono in logistica e automazione per ridurre il rischio di interruzioni.
- Assicurazioni: grazie ad AI, sensori e analisi dei dati, il settore si sta spostando dalla semplice gestione dei danni alla prevenzione dei rischi.
Per l’investitore il messaggio è chiaro: la protezione non è più un singolo settore, ma un megatrend che coinvolge infrastrutture, tecnologia, risorse essenziali e servizi, creando opportunità in comparti molto diversi tra loro.
IDEE DI INVESTIMENTO
La nuova economia della protezione non significa che d’ora in poi bisogna investire soltanto in cybersecurity o società della difesa. Come accade per tutti i grandi megatrend, il rischio è confondere una trasformazione strutturale con una moda di mercato. L’obiettivo dovrebbe essere un altro: capire come questo cambiamento può incidere sulla crescita di interi comparti economici nel lungo periodo. Per farlo può essere utile porsi alcune domande.
Il mio portafoglio è esposto ai grandi investimenti infrastrutturali?
La protezione richiede nuove reti elettriche, sistemi idrici, data center, logistica e infrastrutture digitali. Sono investimenti destinati a svilupparsi nell’arco di molti anni e che coinvolgono numerosi settori dell’economia.
Sto investendo in un solo tema o in un ecosistema?
La crescita della cybersecurity, ad esempio, favorisce anche aziende che sviluppano software, semiconduttori, sistemi di autenticazione, servizi cloud e consulenza tecnologica. Allo stesso modo, la sicurezza energetica interessa produttori di reti elettriche, sistemi di accumulo, componentistica e automazione industriale.
Il mio portafoglio è abbastanza diversificato per beneficiare di più trend contemporaneamente?
La nuova economia della protezione attraversa tecnologia, industria, utilities, assicurazioni e servizi. Un portafoglio costruito attraverso fondi diversificati permette di partecipare a questa trasformazione senza dipendere dall’andamento di un singolo settore o di una singola azienda.
Per intercettare questo megatrend senza rincorrere il mercato può essere più efficace puntare su strumenti che investono in modo diversificato lungo tutta la filiera, anziché concentrarsi su una singola nicchia. Con i portafogli modello costruiti con diverse asset class e sviluppati sulla base di metodologie quantitative puoi ottenere la massima diversificazione. Ogni portafoglio ha un grado di rischio differente e adotta strategie di investimento diverse puntando su settori, strumenti e Paesi. I portafogli modello sono offerti dalle migliori società di gestione (UBS, Pictet Asset Management, Mc Advisory, Natixis Investment Managers, 4Timing Sim) comprese quelle specializzate in investimenti ESG.
Note
Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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