Al termine di un’attesa riunione di politica monetaria, il 14 dicembre 2016, Janet Yellen ha annunciato per la seconda volta in sette anni di tassi di decrescita un incremento del costo del denaro. Ad un anno di distanza dal primo rialzo, abbiamo quindi assistito ad un altro aumento dell’ordine dei 25 punti base, che ha portato i tassi dagli attuali 0,25-0,50% fino allo 0,50-0,75%. Una decisione presa all’unanimità.

I mercati non sono certo stati colti alla sprovvista, essendo già certi della volontà della banca centrale. D’altronde i tempi sembrano più che maturi, soprattutto analizzando le condizioni dei mercati finanziari nelle ultime settimane, cioè dalle presidenziali dell’8 novembre. Con la vittoria del repubblicani abbiamo visto coniare un neologismo, Trumpflation, con cui si definisce l’aumento dell’inflazione media annua attesa per i prossimi 5-10 anni e che ha raggiunto i livelli obiettivo della Fed. La spinta dovrebbe essere fornita nel concreto dall’agenda politica del neoeletto presidente Usa, con le promesse di incremento della spesa pubblica per investimenti strutturali e di riduzione della pressione fiscale. Prospettive, queste, che hanno già convinto gli investitori a modificare anche in modo sostanziale le proprie esposizioni.

Con l’aumento dei tassi di riferimento già dato per scontato, le dichiarazioni d’intenti della banca centrale per il prossimo anno erano il vero oggetto di interesse del mercato. Infatti, nonostante l’apprezzamento del dollaro e l’aumento nei rendimenti dei bond delle ultime settimane abbiano già fatto una parte del lavoro della Fed, è possibile ora prevedere fino a tre aumenti per il 2017, più altri tre nel 2018, con il tasso di interesse che si assesterebbe sul lungo periodo a 2,75-3,00%. Probabilmente a spingere la Fed a muoversi in una simile direzione c’è la disoccupazione, invidiabilmente bassa, poiché la presidente Janet Yellen ha più volte sottolineato di far riferimento alla Curva di Phillips, che esplicita una dipendenza tra il livello disoccupazione e di inflazione.

L’effetto sui mercati è stato contenuto, ma sufficiente a portare lo S&P500 a segnare la peggior performance degli ultimi due mesi, mentre il dollaro si è portato sui massimi di quattordici anni contro un basket di valute e il rendimento delle obbligazioni governative a 10 anni è tornato sui massimi del 2014.

In Europa la situazione appare invece opposta. In occasione dell’ultimo Consiglio del 2016, riunitosi lo scorso giovedì 8 dicembre, la Bce ha deciso di posticipare la scadenza del quantitative easing da marzo fino a dicembre 2017, ma a costo di ridurre la quantità degli acquisti, dagli 80 miliardi mensili attuali a 60. Non si tratta quindi di tapering, poiché a conti fatti si garantisce, nel complesso, più acquisti sul mercato.

Dagli Usa sembrano quindi arrivare delle buone opportunità: dollaro, titoli ciclici e Govies legati all’inflazione nella giusta proporzione potrebbero cavalcare le tendenze dei mercati, pur con le dovute cautele, mentre i mercati europei sembrano muoversi su un terreno più scivoloso. Per il prossimo anno sono in programma diverse elezioni politiche in diversi Paesi, i cui esiti potrebbero indebolire l’euro e l’autorevolezza degli organi europei, con conseguenze facilmente immaginabili. Per operare con massimo profitto sui listini del vecchio continente è necessario quindi considerare anche l’idea di esporsi short, all’occorrenza. Certo è che il 2017 si profila ricco di interessanti novità.

Note

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