Con l’ultimo meeting di mercoledì scorso, 15 marzo 2017, La Banca centrale statunitense ha alzato i tassi di 25 punti base, come ampiamente previsto, proseguendo così sulla strada della stretta monetaria, la terza da dicembre 2015. Per vedere il costo del denaro all’1% è necessario guardare a ottobre 2008: di lì a due mesi fu poi portato praticamente a zero. Il rialzo della scorsa settimana è apparso dovuto, viste le condizioni generali dell’economia Usa, tonica e vigorosa. Janet Yellen ha infatti sottolineato come la Fed si stia avvicinando agli obiettivi del suo duplice mandato, cioè la massima occupazione e l’inflazione al 2%. Se il miglioramento dei fondamentali macro non ha lasciato spazio a manovre diverse, portata e frequenza di queste rimangono ancora, almeno in parte, a discrezione dei vertici della Banca centrale. Il ritmo adottato è quello di chi vuole muoversi con cautela, con passi lenti e sicuri, per non perdere l’equilibrio che non è sempre agevole recuperare. La normalizzazione dovrà avvenire quindi in modo graduale con correzioni frequenti e ben dosate, operativamente con altri due rialzi previsti nell’anno in corso e tre nel 2018.

Nonostante l’aumento del suo prezzo, il dollaro ha reagito cedendo oltre l’1% contro euro. D’altronde il biglietto verde non sembra avere molto spazio per ulteriori spinte, visto che il piano di rialzi è già in parte scontato e che il ritmo del percorso di normalizzazione non è stato rivisto. Un piccolo scossone è stato registrato anche sul mercato dei bond, dove i tassi dei titoli governativi a stelle strisce sono calati su tutte le scadenze.

A guadagnare terreno sono invece stati gli indici azionari e l’oro

Anche in Europa iniziano a vedersi i primi segnali di ritirata da parte delle autorità di politica monetaria: la Bce, pur avendo lasciato invariati i tassi in occasione della riunione del 9 marzo, ha annunciato una riduzione degli acquisti dei bond: dagli attuali 80 miliardi di euro al mese, il quantitative easing proseguirà al ritmo di 60 miliardi almeno fino alla fine di dicembre. Le ragioni di Draghi riguardano i rischi di deflazione che ora si sono ora allontanati, ed anche se sembra prematuro parlare di tapering, la situazione di urgenza è ormai alle spalle: guardando al futuro è opportuno traghettare la politica monetaria verso la normalità. Draghi non ha poi mancato di tranquillizzare ulteriormente i mercati con le consuete rassicurazioni circa l’indissolubilità dell’euro e sulla non gravità delle tensioni con Trump.

Stando alle parole del governatore della banca centrale austriaca, membro del board della Bce, non è detto che il percorso di normalizzazione nell’area euro avvenga con le stesse dinamiche tracciate dalla Fed, ma esiste la possibilità che l’intervento sui tassi anticipi lo stop al quantitative easing. Non è da dare per scontato nemmeno che il rialzo interessi tutti i tassi contemporaneamente o nella stessa misura: quelli sui depositi overnight potrebbero essere aumentati prima degli altri.  I future sull’Eonia in rialzo dimostrano come gli operatori stiano prendendo sul serio queste supposizioni ed iniziano a scontare un rialzo di 10 punti base entro marzo 2018.

Nel frattempo l’Euro Stoxx 50 ha accolto bene l’intervento di Draghi e nelle ultime due settimane si è spinto fino a testare i 3450, ma le borse europee si sono mosse in ordine sparso. A primeggiare è stata l’Italia, seguita dai Paesi alle prese con le campagne elettorali, Francia, Olanda e Germania.

 

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Luca Lodi

Luca Lodi

Head of R&D di FIDA, Finanza Dati Analisi, coordina le attività di ricerca-sviluppo e formazione del gruppo (FIDAmind). Sviluppa metodologie quantitative per l'analisi di portafoglio, di strumenti e mercati finanziari. Negli anni precedenti ha collaborato con ADB S.p.A occupandosi della gestione del settore Banche Dati e dell’Uffico Studi. Giornalista pubblicista collabora con testate editoriali.

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