Si è chiuso Marzo, mese dalla doppia faccia: grandi recuperi dei listini seguiti da un finale con prospettive deludenti.  Si è infatti assistito a consistenti movimenti rialzisti che, sebbene avessero carattere di semplice rimbalzo, hanno indotto gli investitori all’ottimismo. Il prezzo del petrolio era tornato a crescere, i vari spread rallentavano e i corsi azionari salivano a riguadagnare il valore stornato dalle borse in febbraio. Il finale del mese e l’inizio di aprile sono stati però un brusco risveglio.

Abbiamo sempre sostenuto come i fondamentali dell’economia globale fossero discreti e non certo tali da giustificare eventuali crolli; allo stesso modo bisogna ammettere come essi non siano buoni abbastanza da avvalorare tesi nettamente positive. Una forte spinta ai mercati era stata sicuramente fornita da Draghi con le manovre annunciate il 10 Marzo unitamente ai dati macro positivi dell’economia americana di inizio anno. Queste notizie sono state ormai ampiamente scontate dai mercati e ai primi accenni di incertezza i prezzi sono crollati.

Il driver della crescita a livello mondiale, come noto, sono gli Stati Uniti e le decisioni della Fed hanno sempre un grande peso sui mercati finanziari. E così, una crescita americana debole è subito foriera di timori di recessione. Il non aver alzato i tassi, inoltre, ha generato un considerevole apprezzamento del dollaro contro l’euro che, pur mantenendosi nel solito range 1,05 – 1,15 è andato a lambirne i massimi.

Tokyo, invece, continua a pagare l’apprezzamento dello yen contro il dollaro, penalizzando così le esportazioni vitali per il Paese. Non è da dimenticare la situazione del petrolio che, da sola, è in grado di influenzare i mercati mondiali. Sono recenti anche i dati PMI (Purchase Managers Index) sull’economia tedesca, sotto le aspettative.

Le borse incamerano e reagiscono di conseguenza a tutti questi stimoli: l’Eurostoxx ha perso 150 punti in due settimane, e se dovesse portarsi sotto i 2800 punti lo scenario tornerebbe fortemente negativo. Così come sono negativi i principali listini europei e asiatici. Il petrolio sembra in procinto di toccare i 34 dollari al barile (valori di fine febbraio). Lo spread BTP – BUND è tornato a salire e desta preoccupazione il rendimento decennale di questi ultimi, sceso sotto i dieci centesimi. I sentimenti di paura sono confermati dalle quotazioni dell’oro, la cui richiesta è aumentata in questi ultimi giorni.

A tutto questo si contrappone invece una view positiva per il Brasile, uno dei pochi Stati sudamericani con un volume di esportazioni in aumento e con la bilancia commerciale che trae beneficio dal deprezzamento della valuta: il Paese potrebbe trainare le economie emergenti verso la ripresa.

In conclusione debolezze asiatiche, ribassi del petrolio ed economie europee e statunitensi che stentano a ripartire con slancio costituiscono un fattore di preoccupazione in grado di far tornare con veemenza sui mercati quell’incertezza che sta dominando il 2016. Il risultato sono una grande volatilità ed umori di chi investe che variano molto rapidamente.

Note

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Luca Lodi

Luca Lodi

Head of R&D di FIDA, Finanza Dati Analisi, coordina le attività di ricerca-sviluppo e formazione del gruppo (FIDAmind). Sviluppa metodologie quantitative per l'analisi di portafoglio, di strumenti e mercati finanziari. Negli anni precedenti ha collaborato con ADB S.p.A occupandosi della gestione del settore Banche Dati e dell’Uffico Studi. Giornalista pubblicista collabora con testate editoriali.

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