Su chiama ponte Voi ed è l’ultimo avamposto del tratto inziale di un progetto ferroviario che parte dal Kenya e ha l’obiettivo di collegare i Paesi dell’Africa orientale con i vicini senza sbocco sul mare, come il Ruanda e l’Uganda. Undicimila chilometri di rotaia per un progetto da 30 miliardi di dollari che sembra riportare il Continente alle ambizioni del colonialismo. A lavorare sulla rotaia africana ci sono operai locali e cinesi. Perché è proprio la Cina il maggiore investitore del più grande progetto del Paese dopo l’indipendenza nel 1963.

I vincoli infrastrutturali sono uno dei freni più importanti per l’Africa e questa ferrovia a scartamento normale può fare davvero la differenza per lo sviluppo del Paese. L’affare non è solo dei cinesi. In prima fila ci sono gli Uniti e aziende General Electric Co., e l’Europa con Alstom SA e LafargeHolcim Ltd, insieme con i costruttori cinesi e fornitori africani come Transnet SOC Ltd.
Una prima ricaduta è occupazionale. General Electric, per esempio, ha triplicato il personale in Kenya, Etiopia e Nigeria nell’ultimo anno e conta di mantenere questi livelli per i prossimi 10 anni.

Oltre alla linea che collega l’Africa Orientale, si muove, anche se con più fatica a causa di intoppi legali, il progetto del corridoio ferroviario dell’Africa Occidentale che vede in prima fila Vincent Bollorè, presidente di Havas telecomunicazioni, primo azionista di Vivendi che ha conquistato Telecom Italia, che è anche il primo operatore dei porti dell’Africa occidentale. L’investimento previsto è di 2,5 miliardi di euro per 2.700 chilometri di rotaia che corrono tra nuova e vecchia ferrovia. Il sogno di Bollorè ha un nome: si chiama Bluline e dovrebbe collegare Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger e Benin entro il 2024.

Il progetto ambizioso del presidente di Vivendi è in concorrenza con quello appena partito dopo l’accordo siglato a dicembre 2015 tra Senegal e China Railway Construction per la ristrutturazione di 645 chilometri di ferrovie sempre in Africa Occidentale. I progetti sono previsti anche in Tanzania, Mali ed Egitto, mentre l’Etiopia ha recentemente completato una linea che collega Addis Abeba a Gibuti e ha altri 4.000 chilometri di progetti pianificati.

Le infrastrutture ferroviarie sono di vitale importanza per migliorare gli scambi tra i paesi africani, pari a solo il 13% del totale del 2015, secondo l’Unione Africana. Il Kenya, per esempio, muove solo il 5% del trasporto merci per ferrovia, e le cose dovrebbero cambiare non appena sarà completato il tratto da Mombasa a Nairobi, che sarà pronto ad entrare in funzione entro giugno 2017 aumentando la capacità di trasportare l’equivalente di più di 100 container con ben due treni giornalieri passeggeri a tratta. Una vera rivoluzione per l’Africa con una riduzione a 10 ore del tempo di transito delle merci, dagli attuali due giorni che impiegano i camion attraverso i tortuosi passi di montagna.

IDEE DI INVESTIMENTO

Negli ultimi cinque anni il Pil africano è cresciuto del 20% a quota 2.169 miliardi di dollari, molto vicino a quanto produce ogni anno l’India. E il trend, secondo i calcoli degli economisti, è destinato a proseguire, con una stima al 2050 di 3.444 miliardi di dollari. Ma quanto pesa la logistica e la ferrovia sullo sviluppo dell’economia africana? È possibile calcolarlo grazie all’Indice di integrazione regionale in Africa, calcolato dall’Unione Africana (UA), dalla Banca Africana di Sviluppo (AfDB), e dalla Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA).
La prima edizione dell’Indice chiusa a fine 2015 si è concentrata su otto grandi blocchi che puntellano l’UA, e che sono conosciuti come le Comunità economiche regionali (CER).
Il risultato? Quando le infrastrutture regionali funzionano meglio, i costi aziendali scendono, e le merci si muovono attraverso i confini nazionali a velocità maggiore, e più clienti hanno accesso ai servizi, come il roaming dei telefoni cellulari, dicono gli autori. Ma non solo: la UA per il piano di crescita 2063 ha identificato come progetto di punta i collegamenti ferroviari ad alta velocità tra le capitali e i centri finanziari del continente.
Tra i Paesi più integrati secondo l’indice c’è proprio il Kenya che è al centro del progetto ferroviario dell’Africa Orientale. A sopresa, invece, le grandi economie non sono le meglio integrate: Algeria, Congo, Egitto, Etiopia, Nigeria e Tanzania hanno ampi margini di miglioramento.
Per puntare sullo sviluppo del continente africano esistono fondi specializzati che investono con un’ottica di lungo periodo sui settori in crescita (categoria Morningstar: Azionari Africa).
Ecco i migliori tre prodotti a tre anni:

  • Charlemagne Magna Africa Fund R Acc perde il 2,94% a tre anni. Il fondo investe l’84% del portafoglio su titoli quotati su borse riconosciute ed emessi da società operanti in Africa. Il 12% è investito sulla Borsa di Londra. Il primo settore in portafoglio è la finanza seguita da beni di consumo e salute.
  • Jpm Africa Equity Fund D (acc) – Usd perde il 5,91% a tre anni. Investe il 98% del portafoglio in società africane con una preferenza per finanza, beni di consumo e tecnologia.
  • Nordea 1 – African Equity Fund Classe E Eur (acc) per il 7,7% a tre anni. Il fondo seleziona aziende con utili destinati a crescere più rapidamente del mercato e trainati dall’espansione dell’economia interna. L’attenzione si concentra su grandi aziende innovative impegnate principalmente nelle rispettive attività cruciali, senza trascurare nuovi rami di crescita futura. Finanza e servizi alla comunicazione sono i due settori guida in questa fase.

    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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