Europa o non Europa. Gli inglesi hanno cominciato a sfogliare la margherita in vista del referendum del 23 giugno 2016 quando saranno chiamati alle urne per decidere se la Gran Bretagna abbia ancora un futuro in Europa. Brexit è dietro l’angolo, dunque. Lo spauracchio temuto come la peste dalla City di Londra è realtà da sabato 20 febbraio quando il premier David Cameron ha raggiunto l’accordo con Bruxelles dopo oltre 40 ore di negoziati.

La firma che porta verso il referendum ha conseguenze imprevedibili per l’economia e le finanze del Regno di Elisabetta II, e anche per il destino politico oltre che economico dell’intera Europa. Il primo scossone è già arrivato a soli due giorni dalla firma: a cadere sotto i colpi della Brexit è la sterlina. All’apertura dei mercati il 22 febbraio la divisa inglese ha messo a segno la più grande perdita degli ultimi 11 mesi portandosi a 1,40 contro dollaro. La ragione? Il sindaco di Londra, Boris Johnson, si è schierato apertamente per la Brexit, e per Morgan Stanley siamo solo all’inizio della discesa perché altre dichiarazioni di voto pesanti arriveranno nelle prossime settimane.

“La debolezza della sterlina è figlia dell’incertezza del momento non di dati reali e credo dovremmo abituarci a questa volatilità nei prossimi mesi,” ha detto David Page, economista di AXA Investment Managers. Secondo Goldman Sachs Group, se la Gran Bretagna chiudesse con l’Ue la sterlina potrebbe cadere fino a 1,15- 1,20 dollari, tornando ai livelli del 1985 (Leggi qui l’approfondimento di Online Sim). Ormai il dado è tratto. Dopo mesi di negoziati, di tira e molla, e per qualcuno anche di “teatrino”, i giochi preliminari sono finiti. Ma la vera partita per il premier conservatore David Cameron comincia ora. Perché ciò che ha ottenuto è una sorta di status speciale per la Gran Bretagna oltre alla possibilità di schierarsi a favore del “sì” per restare in Europa.

IDEE DI INVESTIMENTO

Da un lato ci sono gli euroscettici, dentro e fuori il partito del primo ministro Cameron, attaccano a prescindere quello che è destinato a essere inevitabilmente un compromesso. Dall’altro ci sono i signori della City – il Financial Times ha parlato di 80 manager delle maggiori 100 aziende quotate in Borsa a Londra – che hanno fatto sapere che nessun successo d’immagine preteso da Cameron vale ai loro occhi il futuro del regno in Europa.
Il rischio è grosso. Secondo i calcoli di Credit Suisse, il Pil della Gran Bretagna potrebbe scendere del 2% e stimano uno choc finanziario in caso di uscita del Regno Unito dall’Unione europea dopo il referendum. La ragione? Nella City c’è già chi è pronto a fare le valigie: Deutsche Bank, Citigroup e Hsbc stano valutando di trasferirsi a Dublino e persino a Parigi lasciando Londra. Per Uk sarebbe un colpo se l’industria finanziaria che vale circa il 12% del Pil inglese, mollasse la capitale.
Tra sterlina in discesa e Pil in rallentamento, c’è un altro punto fermo nelle stime degli analisti: la Banca centrale inglese (Boe) resterà ferma fino al prossimo giugno non toccando i tassi. Il responso delle urne apre le porte a due scenari radicalmente diversi: in caso di vittoria della Brexit, si navigherà in mare aperto.
Non ci sono precedenti e il dibattito riguarderà sia il diritto internazionale sia quello comunitario. In caso opposto, cioè di via libera all’intesa raggiunta a Bruxelles il 20 febbraio, per quanto riguarda le parti dell’accordo su governance, finanza e rafforzamento dell’Unione, si tratta solo di implicazioni ai futuri cambiamenti dei trattati che, nelle parole di Angela Merkel, non sono per ora in discussione.

Per scongiurare Brexit, ecco i tre punti chiave su cui sono chiamati a votare gli inglesi il 23 giugno:

  • Immigrazione e “freno di emergenza”. Il referendum accetta il principio che in situazioni eccezionali “la libertà di movimento dei lavoratori può essere limitata”. L’accesso al sistema di welfare può essere concesso gradualmente nell’arco di quattro anni (partendo da zero). Londra ottiene che il freno d’emergenza sia applicato per un massimo di 7 anni, ma non sia retroattivo. Gli assegni per i figli rimasti in patria saranno indicizzati sulla base del reddito del Paese di residenza.
  • Sovranità speciale. Londra ha ottenuto che il concetto di “unione sempre più stretta” come obiettivo scritto in tutte le versioni dei Trattati non si applichi più alla Gran Bretagna nella prossima revisione del Trattato. Ciò significa che i Parlamenti nazionali possono bloccare con un ‘cartellino rosso’ le iniziative legislative europee.
  • Governance economica. L’accordo sul testo del referendum assicura che i paesi dell’Eurozona rispettino il mercato unico e gli interessi dei Paesi che non ne fanno parte, i quali a loro volta si astengono dal porre il veto alla maggiore integrazione dell’Eurozona. Nel testo finale dell’accordo resta un grado di autonomia per banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie della City dal “single rulebook” europeo. Era il punto più delicato del negoziato, quello su cui Francois Hollande ha fatto da testa di ariete, col sostegno di Germania, Italia, Lussemburgo e Belgio. Le authority europee di controllo continueranno ad avere competenze anche sulla City.

    Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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