Fuori dall’Europa, ma dentro l’Europa. Il primo ministro britannico Theresa May cerca di reinterpretare la Brexit a favore dell’Inghilterra, ovviamente. In che modo? May vuole mantenere il libero scambio con l’Unione europea e anche dopo il divorzio vuole continuare a lavorare a stretto contatto con i Paesi europei. La dichiarazione da separati in casa del premier inglese è arrivata per salvare in qualche modo la faccia di fronte a un Paese fortemente diviso, nonostante il referendum. L’obiettivo di May è di siglare una partnership con l’Unione europea talmente solida da cancellare tutti i lati negativi di Brexit per cercare di salvare solo quelli positivi.
La ragione è che affrontare in maniera pragmatica Brexit può davvero sfasciare il Paese, impoverendolo. La prova generale delle divisioni c’è stata il 24 ottobre 2016 a Londra quando i leader delle nazioni che compongono il Paese (Inghilterra, Scozia, Galles e l’Irlanda del Nord) si sono riuniti per capire quanto sia lontano da quello della premier Theresa May l’approccio definito “regionale” al divorzio da Bruxelles. I più scontenti sono gli scozzesi con la premier, Nicola Sturgeon, che ha assunto la posizione più intransigente nei confronti del governo conservatore, temendo che una hard Brexit trascini i suoi cittadini, in maggioranza pro Europa, fuori dal mercato comunitario. Secondo quanto ha riportato il Financial Times per Edimburgo è pronta una soluzione speciale che dovrebbe garantire un’uscita flessibile mantenendo la Scozia nel mercato unico. Ma Sturgeon non si fida di May e il rischio di una progressiva disgregazione del Paese, con una crisi costituzionale paventata da diversi esperti di diritto costituzionale, potrebbe diventare realtà.

Brexit: la fuga dalla City vale 52 miliardi di mancati ricavi

In ogni caso le nazioni che compongono UK non vogliono che May tratti da sola l’uscita. Per questo Carwyn Jones, premier per il Galles e Arlene Foster per l’Irlanda del Nord hanno chiesto a Londra di essere consultati sui negoziati con l’Unione europea e di essere lasciati liberi di far votare le loro assemblee locali e il Parlamento di Westminster sulla linea da seguire una volta che sarà avviato l’iter di uscita. May non è d’accordo e vuole andare avanti da sola, lasciando la porta aperta ad altri incontri solo consultivi. May, però, sa benissimo che non può strappare con l’Europa. La prima motivazione è che il Paese sta già cominciando a perdere un pezzo importante del Prodotto interni lordo (Pil): l’industria finanziaria. La fuga delle grandi banche britanniche dal Regno Unito, terrorizzate dalla Brexit, sta per cominciare. La prima a scappare è Lloyd’s of London, la più grande compagnia di assicurazioni al mondo che risiede da 328 anni a Londra. Con i Lloyd’s lasciano la City circa 50 mila impiegati. Ma è solo l’inizio. Anthony Browne alla guida della British Bankers Association, in un’intervista al quotidiano Observer ha detto chiaramente che tutti gli istituti più grandi della Citry hanno organizzato dei team che devono occuparsi di trovare la soluzione migliore per lasciare Londra al più tardi nel primo trimestre del 2017. May anche in questo caso è pronta a concedere una deroga e sta pensando a uno status speciale per le persone che lavorano nella City di Londra anche concedendo indennizzi all’Unione europea per mantenere i diritti di passaporto. Si tratta, però solo di ipotesi e il mercato finanziario non si trova bene a fare i conti con l’incertezza. Chi ha fatto bene i calcoli è stata la società di consulenza Oliver Wyman che ha stimato il valore della fuga dalla City: fino a 52 miliardi di dollari di minori ricavi e circa 70 mila posti di lavoro a rischio con quasi 10 miliardi di sterline di minori introiti fiscali (pari a circa di 12,7 miliardi di dollari).

IDEE DI INVESTIMENTO

Secondo i calcoli dell’Ocse, la Gran Bretagna potrebbe perdere fino al 3,3% del Pil da qui al 2020, mentre nel 2030 la perdita dovrebbe salire al 5,1% di Pil, con un costo di 3.200 o di 5.000 sterline per famiglia. Per chi investe al momento la Brexit si è rivelata un affare per chi ha puntato sui bond in sterlina  e per chi ha tenuto duro sui fondi immobiliari.

Ecco quali sono i prossimi passi di Theresa May per uscire dall’Ue:

  • Per attivare l’articolo 50 il premier britannico deve chiedere al Consiglio europeo si attivare la procedura. Una volta schiacciato il bottone rosso, scatta immediatamente il conto alla rovescia dei due anni massimi previsti per negoziare l’uscita, quindi la richiesta formale all’Ue potrebbe avvenire successivamente, anche dopo l’estate.
  • Fino all’uscita formale della Gran Bretagna la legge Ue resta valida nel Regno Unito. Il negoziato per luscita è gestito dalla Commissione Ue su mandato del Consiglio a cui spetta insieme con il Parlamento Ue il via libera all’accordo.
  • Dopo l’ok tutti i rapporti commerciali dovranno essere rinegoziati. I nuovi rapporti potrebbero essere improntati a quelli dei Paesi Efta come Norvegia e Islanda: dagli accordi commerciali ai programmi di ricerca e per le pmi, dall’Erasmus alle norme di conformità dei prodotti. Questa fase potrebbe durare da 5 a 8 anni.

    Note

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