Se tre indizi di solito costituiscono una prova, nel caso della voglia della Gran Bretagna di uscire dall’Unione europea ci siamo. Il mercato l’ha già ribattezzata Brexit, scimmiottando Grexit che indica un’altra uscita possibile dall’Ue, non proprio volontaria, della Grecia.

Il primo indizio è stata la vittoria a inizio maggio di David Cameron alle elezioni. La campagna elettorale dei Conservatori ha puntato molto sull’uscita dall’Ue in vista del referendum che è già previsto nel 2017.

Il secondo indizio è il discorso intriso di devolution pronunciato dalla Regina Elisabetta Bank of England per linsediamento del Parlamento. La regina ha ribadito come l’uscita dall’Ue sia possibile, sottolineando anche il rinnovato impegno contro i focolai di indipendenza scozzesi e la necessità di dare più poteri ai Governi locali delle città.

E poi c’è il terzo indizio, il più concreto economicamente: il documento della Banca Centrale d’Inghilterra (Boe) che dimostra come il personale stia studiando le implicazioni di una possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. La notizia è arrivata al quotidiano inglese The Guardian in maniera rocambolesca: una mail mandata per errore da un dirigente dell’istituto a un giornalista, in cui si parlava del progetto “top secret”.

Incertezza sul mercato fino al 2017. Cosa può succedere adesso? Le regole fissate dai trattati europei prevedono un negoziato con il paese che chiede il recesso. Si profila comunque un lungo periodo di incertezza, soprattutto per Londra, fino al 2017. In attesa dei conti della Boe che sta valutando l’impatto sull’economia inglese di un’uscita dall’Ue, seguendo lo stesso approccio tenuto con il referendum scozzese dello scorso anno, circolano già diverse ipotesi su come questa decisione potrebbe incidere. Ecco i numeri chiave.

Il Governo di Londra versa nelle casse di Bruxelles lo 0,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL). In cambio, le imprese inglesi incassano miliardi di sterline all’anno grazie al business con l’Europa. In particolare, l’Europa vale la metà dell’export della Gran Bretagna. L’Ufficio di statistica nazionale inglese ha certificato che le esportazioni di beni verso l’UE sono state pari a 147,9 miliardi di sterline nel 2014 contro 154,6 miliardi nel 2013. Merci esportazioni verso i paesi extra-UE sono state di 144,9 miliardi nel 2014, in calo ripetto ai 152,2 miliardi nel 2013.

Per Uk un calo del Pil almeno del 2,25% l’anno. La Gran Bretagna secondo i calcoli dell’Istituto Nazionale di Ricerca Economica e Sociale vedrebbe ridursi il suo Pil del 2,25% in caso di uscita dall’Ue, anche per la mancanza di investimenti steri diretti sul Paese. Ed è un calcolo ottimista. Il Centre for Economic Performance (CEP) che fa capo alla London School of Economics, infatti, ha calcolato una perdita di Pil tra il 6,3% e il 9,5% con danni per il Regno Unito simili alla crisi finanziaria globale del 2008-2009.

Finanza e industria i settori più colpiti, la Germania. Se si guarda ai singoli settori, invece, Bertelsmann Stiftung e l’Istituto di Munich hanno calcolato che i servizi finanziari registrerebbero perdite di almeno il 5%. Non va meglio per le industrie chimiche, di ingegneria meccanica e automobilistiche che sarebbero sommerse da perdite di business europeo con cali del giro d’affari fino al 10%. E tra i Paesi europei a soffrire di più sarebbe la Germania.

La ragione? Il Regno Unito è il più importante partner commerciale dei tedeschi in Europa, con un surplus di 42 miliardi di euro nel 2014, secondo solo agli Stati Uniti, secondo i calcoli dell’Ufficio federale di statistica tedesco dal suo quartier generale di Wiesbaden. Solo nel 2014 gli inglesi hanno comprato 18 miliardi di euro di automobili di marche tedesche.

Note

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