Da piazza Syntagma alla Banca centrale europea. Dalla vittoria di Alexis Tsipras ai timori per una sconfitta di tutta Europa. Gli occhi del mondo nel giro di 24 ore si sono spostati dalla folla greca festante per la vittoria dei no all’Europa dei sacrifici imposti dalla Troika, alla scrivania di Mario Draghi. Nelle mani del presidente della Banca Centrale europea (Bce) sta, infatti, il default vero della Grecia, quello delle banche che già all’indomani del voto si sono rimesse a fare i conti e di nuovo a caccia di liquidità. Hanno discusso se ridurre il prelievo massimo giornaliero al bancomat – imposto per tutta la settimana prima del referendum – da 60 a 20 euro. E il denaro nelle cassette di sicurezza è bloccato. Non è escluso poi un prelievo forzoso dei depositi: si parla addirittura del 30%, in Italia del 1992 bastò lo 0,6% del governo Amato a creare un clima al limite della guerra civile. Questa ipotesi è stata più volte smentita, ma Sýriza l’ha sempre considerata nei suoi piani e in molti pensano che potrebbe essere il rimedio estremo, se tutto andasse male.

La prima mossa, comunque, spetta a Draghi. Tutto è appeso a due sigle magiche: la prima è Ela, la liquidità d’emergenza per le banche greche. Sarà necessaria infatti una massiccia iniezione di liquidità da parte dell’Eurotower per consentire la riapertura delle banche greche. La banca centrale greca avrebbe già presentato formale richiesta all’Eurotower di innalzare l’accesso all’Ela per le banche greche. È probabile che la Bce, essendo anche in attesa di un rimborso da 3,5 miliardi il 20 luglio da parte di Atene, opti per un aumento dello “sconto” sul valore dei titoli greci portati in garanzia dalle banche, di fatto tagliando la liquidità d’emergenza.

La seconda è Outright Monetary Transactions (Omt). Non potendo più agire sui tassi, infatti, inchiodati al minimo storico dello 0,05%, la Bce in una fase di alta volatilità potrebbe alzare il ritmo degli acquisti di titoli di Stato attraverso il piano di quantitative easing, attualmente a 60 miliardi di euro al mese, e attivare contemporaneamente anche l’Omt, il cosiddetto scudo antispread messo a punto da Draghi a settembre 2012 per salvare l’euro, ma mai lanciato. Una mano allo spread intanto l’ha data Yanis Varoufakis che si è dimesso attraverso il suo blog giustificando la scelta con l’intenzione di favorire le trattative con l’Eurogruppo. E in quest’ottica l’addio è stato accolto positivamente dal mercato, tando che lo Spread Btp/Bund è in rialzo ma senza il temuto crollo. Il differenziale viaggia intorno ai 165 punti base, nella mattinata del 6 luglio, in aumento di meno di venti punti rispetto alla chiusura di venerdì 3 luglio.

Dopo la vittoria schiacciante del “No” al referendum greco, c’è chi vede l’uscita dall’euro sempre più vicina. Ma non è così: la strada nell’euro è un percorso a senso unico, e lasciare la moneta comune è al momento legalmente impossibile, il Grexit è dunque impossibile.

Atene è quindi, volente o nolente, prigioniera dell’euro. Adottare l’euro, spiegano a Bruxelles, è stata una decisione irrevocabile degli Stati, e non esiste nel Trattato alcuna clausola che preveda il percorso per lasciare la moneta unica. E modificare i trattati richiederebbe anni. Questo significa che la Grecia non può essere cacciata dall’Eurozona, nemmeno se nei negoziati continuasse a rifiutare le offerte dei creditori. Questo però non elimina un altro rischio che è stato ribattezzato “Graccident” ovvero un’uscita accidentale dall’euro. Un simile evento si produrrebbe con un ‘incidente’ (o default) della Grecia se gli eventi dovessero sfuggire di mano. Ovvero, se tutto, da Ela in poi dovesse andare male.

Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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