Si chiama Super Tuesday e martedì 1 marzo 2016 è davvero la giornata più importante nella lunga cavalcata verso l’elezione del presidente americano. Dopo le primarie repubblicane nel South Carolina e il caucus dei democratici nel Nevada vinti rispettivamente da Donald Trump e da Hillary Clinton, i candidati alla Casa Bianca si danno battaglia in 12 Stati nello stesso giorno per conquistare la nomination che arriverà nelle convention democratica e repubblicana di fine luglio.

Il Super Tuesday rischia di trasformarsi nel Super Trump day perché si vota in Stati chiave come il Texas e la Virginia dove il “popolo” conta e il miliardario immobiliarista che si vanta di guadagnare 400 milioni di dollari l’anno e di non avere per questo bisogno di finanziatori per la sua campagna, è capace di parlare alla gente, meglio se “ignorante” come ama ripetere. E il suo slogan “Make America Great Again”, ovvero “Rendiamo l’America di nuovo grande”, sembra aver conquistato proprio la pancia dell’America, quella degli esclusi.

Così il candidato “joker” su cui nemmeno il partito Repubblicano avrebbe puntato un dollaro rischia di diventare davvero l’uomo da battere il prossimo 8 novembre. Nel partito dei Bush e di Romney c’è imbarazzo nei confronti di un candidato che innalza muri, invece che abbatterli. Tanto che in molti pensano che proprio il Super Tuesday potrà segnare un punto di svolta e costringere il partito a giocare la carta di riserva, che ha un nome: Michael Bloomberg. Dopo le indiscrezioni di alcune settimane fa su una sua possibile discesa in campo, l’ex sindaco di New York è rimasto in silenzio, alla finestra.

Ha rotto il silenzio, invece, l’Economist che non ha usato mezzi termini, entrando nella campagna elettorale con una presa di posizione chiara: “È ora di licenziare Donald Trump”. Il settimanale economico si è fatto portavoce del malcontento di Wall Street e degli economisti e ha puntato il dito: “Le cose che Trump ha detto durante la sua campagna non gli valgono il ruolo di guida di uno dei maggiori partiti al mondo” scrive Economist. “Trump ha prosperato incitando all’odio e alla violenza. È così imprevedibile che il solo pensiero di lui in un ruolo di livello fa paura. Deve essere fermato”.

In effetti, in America, è già in voga il neologismo “trumpy” che accompagna come aggettivo le esternazioni del candidato alla presidenza, per sottolineare che ciò che dice è spesso “bizzarro”. Qualche esempio? Dei messicani ha detto: “Sono tutti stupratori”. E infrangendo tutti i capisaldi della politica degli ultimi 50 anni, Trump ha detto di voler costruire un muro l’ungo il confine del Messico. Eppure il 46% dei suoi elettori è proprio ispanico. E ancora. Non facendo mistero del suo razzismo ha dichiarato che intende impedire ai musulmani di entrare negli Stati Uniti. Si tratta di politiche di chiusura che vanno decisamente contro la globalizzazione che dal 1989 è ormai una bandiera per i presidenti americani e occidentali in genere.

Il razzismo verso etnie diverse gli è costato anche la “scomunica” da parte di Papa Francesco che ha lanciato un messaggio chiaro ai cattolici americani, sconsogliando di fatto di votarlo. Ma è solo la punta di un iceberg. Per Trump, l’altro diverso da se stesso è un nemico come regola di vita, poi forse può diventare un alleato.
Tanto che il miliardario che compirà 70 anni a giugno vede cospirazioni ovunque. L’ultima in ordine di tempo avrebbe coinvolto perfino il presidente uscente Barack Obama, che avrebbe tramato con il procuratore dello stato di New York, Eric Schneiderman, per l’azione legale avviata contro la Trump University. In realtà, la Corte Suprema dello stato ha già stabilito che la Trump University ha operato in modo illegale a New York, senza avere una licenza. Ma il magnate non molla. E Obama, proprio alla vigilia del Super Tuesday, ha ricambiato il favore mettendo in guardia gli americani dall’ascesa verso la presidenza del magnate e avvertendo: “A rischio c’è la reputazione dell’America”.

Del resto, la polemica sembra essere il sale della sua campagna elettorale. Non si spiega altrimenti l’attacco frontale che Trump ha sferrato contro la stampa, minacciando di abolire il primo emendamento della Costituzione americana. Se fosse eletto presidente, infatti, intende indebolire le tutele previste per i giornalisti, da lui ritenute eccessivamente favorevoli. “Mi piace la stampa libera” ha detto, “ma dovremmo rivedere le leggi sulla diffamazione, e lo farò: così quando il New York Times scriverà un pezzo vergognoso o quando ne scrive uno il Washington Post, che è lì per altri motivi, potremo denunciarli e avere un risarcimento, anziché non avere speranza di spuntarla perché sono protetti”.
Il nome del New York Times non è un caso: Trump ha minacciato solo poche settimane fa una causa contro il quotidiano della Grande Mela per un articolo su un suo hotel andato in bancarotta ad Atlantic City.

Tra le trovate più “trumpy” c’è sicuramente quella secondo cui, se eletto, Trump vorrebbe finalmente rivelare all’America chi c’è davvero dietro l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre. Per il magnate, il fatto sarebbe ormai chiaro: alcune decine di pagine dei documenti sull’attacco rivendicato da Al Qaeda al World Trade Center continuano ad essere classificati top secret e vietati alla visione del pubblico americano non per motivi di sicurezza nazionale, ma per via delle scomode verità in esse contenute.
Cosa proteggono quelle pagine? Secondo Trump, e anche secondo parte dell’opinione pubblica americana, in quei fogli ci sarebbe la prova del coinvolgimento della famiglia reale saudita nel finanziamento degli attacchi di 15 anni fa.
Ugualmente “trumpy”, anche se politicamente meno scorretta, è la dichiarazione d’intenti secondo cui: “Internet va chiuso perché fomenta l’estremismo”. Trump ne vuole discutere con Bill Gates e convincerlo. Forse anche Mark Zuckerberg avrà da dire qualcosa, magari facendo un pensiero pure lui alla poltrona di presidente.

IDEE DI INVESTIMENTO

Petrolio, Cina, ed elezioni americane sono i tre rischi geopolitici 2016 individuati da tutti i gestori. L’America, secondo il consensus dei money manager, non è il miglior mercato su cui puntare quest’anno (Leggi qui l’approfondimento di Online Sim), ma uno studio pubblicato da T. Rowe Price ricorda come dalla seconda guerra mondiale in poi, l’anno elettorale abbia portato performance positive per l’S&P500 – l’indice che monitora le principali aziende americane – nel 75% dei casi.

Per investire sul mercato americano, la scelta migliore è puntare su un fondo value che investe in società a grande capitalizzazione. I migliori fondi di questa categoria (Azionari Large Cap Value) sono stati analizzati qui da Online Sim.

Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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