Il fallimento dell’accordo sul trattato di libero scambio (Ttip) Usa-Ue è una delle conseguenze della dura battaglia elettorale per la presidenza degli Stati Uniti di novembre. Hillary Clinton ha fatto marcia indietro sul Ttip, che un tempo appoggiava in linea con Barack Obama, perché la questione in patria è tutto meno che popolare: in tempi in cui i due candidati alla Casa Bianca promettono il ritorno di manodopera che non tornerà più e spingono su posizioni autarchiche ognuno a suo modo, parte dell’opinione pubblica vede nel trattato un’ulteriore minaccia alla classe media americana, oggi molto impoverita. Donald Trump è stato bravissimo a cavalcare da subito la paura dell’americano medio, e Hillary Clinton alla lunga ha dovuto cedere al suo gioco per non perdere una parte dell’elettorato democratico che aveva sostenuto il suo sfidante interno, Bernie Sanders.
Il fallimento del negoziato segna certamente un punto a favore di Trump, perché l’obiettivo del Ttip era quello di integrare i mercati Ue e Usa, riducendo i dazi doganali e rimuovendo le barriere non tariffarie, le differenze sui regolamenti tecnici, norme e iter di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie. Tutto questo non ci sarà. E i muri che Trump vuole ergere nel commercio internazionale adesso hanno una marcia in più.
I rapporti di libero scambio così come sono oggi non vanno bene a Trump. Nel mirino c’è soprattutto la Cina accusata di protezionismo per tenere chiusi i propri mercati, mentre allo stesso tempo aggredisce i mercati esteri con pratiche scorrette come la svalutazione della propria moneta.

Con Trump presidente si può perdere lo 0,8% del Pil mondiale

Il protezionismo e la chiusura verso l’estero hanno alimentato lo scetticismo degli ambienti economici nazionali e internazionali che accusano Trump di essere un pericolo per la sicurezza nazionale prima e per quella mondiale poi. Cosa accadrà se vince? Citigroup ha fatto i conti e ha messo nero su bianco una previsione netta: sarà recessione globale. In un report pubblicato il 25 agosto la banca d’investimento americana spiega come “una vittoria di Trump potrebbe prolungare e forse esacerbare l’incertezza politica e provocare uno shock, anche se di breve durata, per i mercati finanziari”. Il capo economista Willem Buiter, ipotizza “un significativo rallentamento negli Stati Uniti, ma anche uno stop della crescita globale, a causa della diminuzione dei consumi”. Cosa significa? Secondo l’analisi di Citigroup con una previsione definita “conservativa” è possibile una recessione globale con una perdita di Prodotto interno lordo dello 0,7-0,8% a causa dell’incertezza sul futuro dell’economia. La crescita del PIL rimarrebbe così sotto il 2% che vuol dire recessione globale almeno per un anno, fino alle fine del 2017.
Trump sta diventando un fattore di rischio per l’economia globale, come Brexit. Tanto che anche l’agenzia di rating Moody’s, di solito molto prudente, teme che un cambio di politica in America “possa avere un impatto dannoso sulla fiducia e sulla crescita”. Anche in questo caso si teme la recessione. L’esito delle elezioni americane per l’agenzia di rating è il rischio numero uno per l’economia mondiale, maggiore della Brexit e della deflazione, che continua a preoccupare, dopo che Moody’s ha già rivisto al ribasso dal 2% all’1,7% la stima sul PIL Usa. E il potere economico e finanziario, che ha governato l’America negli ultimi 50 anni, ha paura di Trump. La prova? Il Wall Street Journal ha ascoltato in un sondaggio 45 ex membri del Consiglio della Casa Bianca, consulenti economici degli ultimi otto presidenti. Il risultato? Dei 17 ex repubblicani che hanno risposto al sondaggio, nessuno sostiene Trump; mentre dei 20 democratici che hanno risposto, ben 13 appoggiano Clinton.
Gli economisti non credono alla proposta di abbassare le aliquote fiscali per tutti, rimuovendo le numerose esenzioni e detrazioni di cui usufruiscono soprattutto le grandi società, ma soprattutto sono preoccupati per l’ostilità di Trump verso gli accordi di libero scambio e sono contrari alle posizione razziste verso il Messico.

IDEE DI INVESTIMENTO

Le esitazioni della Fed, che di fronte alle incertezze economiche dei prossimi mesi sta quasi rinnegando la decisione di intraprendere la strada di una stretta monetaria, sono figlie dell’attesa elettorale: il consiglio dei governatori è spaccato sul da farsi e sono in molti a pensare che il governatore Janet Yellen non prenderà nessuna decisione fino a dicembre, quando saprà chi è il presidente. I mercati, insomma, pur nel loro scetticismo sulle reali chance di Trump fiutano l’aria “anti-elite” di cui hanno avuto un assaggio con il referendum che ha decretato la Brexit.

Ecco cosa c’è da guardare adesso:

  • Wall Street ha paura di un candidato anti-establishment, trema alla minaccia di un acuto isolazionismo, che ha già contribuito a far saltare i trattati di libero scambio sugli assi atlantico e pacifico e minaccia guerra alla Cina.
  • Secondo uno studio di T. Rowe Price dalla seconda guerra mondiale in poi, l’anno elettorale ha portato performance positive per l’S&P500 – l’indice che monitora le principali aziende americane – nel 75% dei casi. Per approfittare della ripresa accennata e della possibile spinta elettorale e puntare in America è meglio restare su un fondo con strategia value.

    Note

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