Il conflitto in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato i mercati in modalità “haven first, ask questions later”, ovvero prima si comprano beni rifugio, poi si valutano i fondamentali. Gli attacchi aerei coordinati di Washington e Tel Aviv contro Teheran, con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, e la risposta missilistica iraniana contro obiettivi in Israele e in diversi Paesi del Golfo, arrivando fino a Cipro hanno riacceso il timore di uno shock energetico globale. Il presidente USA Donald Trump ha dichiarato che la campagna militare continuerà finché gli obiettivi non saranno raggiunti, mentre il capo della sicurezza nazionale iraniana Ali Larijani ha escluso negoziati.
Per i mercati, il punto chiave è uno: il petrolio può diventare un’arma. Con lo Stretto di Hormuz – crocevia di circa un quinto dei flussi mondiali di greggio e gas naturale liquefatto – di fatto bloccato, il rischio di un’impennata duratura dei prezzi energetici è tornato al centro dell’attenzione.
Le conseguenze per i mercati
Le Borse hanno reagito con un’ondata di vendite. Gli indici asiatici hanno perso oltre l’1,5%, quelli europei oltre il 2% e i future su Wall Street più dell’1%. Il petrolio è balzato fino al +13% in apertura, per poi stabilizzarsi intorno a +8%, sopra i 78 dollari al barile. Parallelamente, l’oro ha superato i 5.400 dollari l’oncia, il dollaro si è rafforzato e i Treasury USA hanno inizialmente beneficiato di acquisti difensivi. Tuttavia, la prospettiva di un’inflazione più alta legata all’energia rende più complesso lo scenario sui rendimenti obbligazionari.
Secondo Vincent Mortier, Chief Investment Officer di Amundi, nel breve termine potremmo assistere a un mix piuttosto chiaro: petrolio in rialzo tra il 5% e il 10%, tassi statunitensi in calo per effetto “flight to quality”, oro in aumento e azioni in lieve flessione (intorno all’1%), anche come occasione di prese di profitto dopo i massimi storici. Gli strategist di Bloomberg, però, avvertono che non è detto che il peggio sia già passato. La negatività potrebbe diffondersi gradualmente sui mercati per tutta la settimana, più come fattore persistente che come shock isolato.
Petrolio, oro e materie prime
Il petrolio ha registrato il maggiore rialzo dai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Tuttavia, anche gli operatori più rialzisti parlano di area 100 dollari al barile, lontano dai 139 dollari del 2022 o dal record storico del 2008. Non siamo quindi, almeno per ora, di fronte a uno shock petrolifero strutturale.
Secondo Bloomberg Economics, una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe spingere il greggio fino a 108 dollari. Molto dipenderà dalla durata effettiva delle interruzioni e dalla capacità dei Paesi produttori di compensare eventuali cali di offerta.
- Anche il gas naturale europeo ha reagito con forza. Lo Stretto convoglia circa il 20% dell’export globale di GNL: se l’Asia dovesse cercare forniture alternative, la competizione per i carichi disponibili farebbe salire i prezzi in tutto il mondo, Europa inclusa.
- L’oro conferma il suo ruolo di bene rifugio. Gli analisti del Franklin Templeton Institute guidati da Stefano Dover suggeriscono “un’esposizione selettiva all’oro rispetto ad ampie posizioni corte azionarie”: in altre parole, meglio inserire asset difensivi in portafoglio che scommettere contro il mercato nel suo complesso. I metalli preziosi e le materie prime stanno salendo nonostante il dollaro forte: segnale che in questa fase sono percepiti come “valuta reale” in un contesto straordinario.
Azioni: settori sotto la lente
In uno scenario di conflitto prolungato, aumenta la dispersione settoriale. Non tutti i comparti reagiscono allo stesso modo. In particolare:
- Il settore energia è tra i primi beneficiari di prezzi più elevati. Ma attenzione: se il picco del petrolio fosse temporaneo, anche il rally dei titoli petroliferi potrebbe rivelarsi di breve durata.
- La difesa continua a beneficiare di aspettative di maggiori spese militari, sia negli Stati Uniti sia tra gli alleati. Il tema è ormai strutturale e va oltre l’episodio contingente.
- I metalli preziosi e le società aurifere tendono a beneficiare del rally dell’oro, già sostenuto negli ultimi mesi da acquisti delle banche centrali e da un progressivo allontanamento dagli asset sovrani tradizionali.
- Al contrario, trasporti e turismo risultano tra i più penalizzati. Prezzi energetici più alti comprimono i margini delle compagnie aeree e le chiusure dello spazio aereo in Medio Oriente aumentano costi e cancellazioni.
Gli strategist di Barclays invitano alla prudenza. Gli investitori si sono abituati a crisi geopolitiche che si riassorbono rapidamente, ma questa potrebbe durare più a lungo. La ragione? Il rapporto rischio-rendimento non è ancora allettante: solo con un calo significativo (oltre il 10% sull’S&P 500) il mercato potrebbe offrire un punto di ingresso più interessante.
IDEE DI INVESTIMENTO
Nei momenti di tensione, la differenza non la fa l’emotività, ma la disciplina di portafoglio. Il messaggio non è “uscire dal mercato”, ma verificare che il portafoglio sia coerente con uno scenario più volatile e geopoliticamente instabile. Alcuni punti di attenzione:
- diversificazione reale, non solo geografica ma anche per stile e fattori;
- presenza di componenti difensive che possano attenuare gli shock;
- attenzione all’esposizione ai mercati emergenti, che potrebbero subire pressioni iniziali;
- coerenza con il proprio orizzonte temporale.
Le crisi geopolitiche generano volatilità nel breve periodo, ma non sempre modificano i trend di lungo termine. Per questo, più che inseguire i movimenti giornalieri, può essere utile fare un check-up dell’asset allocation, valutando se il mix tra azionario, obbligazionario e componenti reali sia adeguato ai propri obiettivi.
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Note
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