Sono serviti due mesi per metabolizzare lo choc della borsa cinese e la frenata dell’economia del Dragone. I mercati azionari degli Stati Uniti hanno recuperato tutto il terreno perso: dallo scivolone di metà agosto, l’indice Dow Jones di Wall Street è negativo di poco più dell’1%, lo Standard & Poor’s del 2%, il Nasdaq del 3%. Non è ancora così in Europa: dalla crisi cinese la media è di un calo del 6,5%, Francoforte indebolita anche dal caso Volkswagen perde il 7,5%, meglio Milano in ribasso del 4,5%. Ma la bolla più temuta dai listini e dalla politica, sembra essere passata.

La prova è che il dato sul Prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre del 2015 sceso a +6,9%, non ha spaventato i mercati anche se è il più basso dal 2009. I dati, diffusi il 19 ottobre dall’Ufficio centrale di statistica di Pechino, indicano che la Cina potrebbe non raggiungere l’obiettivo prefissato di una crescita del 7% per il 2015. Ma questo è già scontato dai listini. La media dei primi tre trimestri di quest’anno è, infatti, del 6,96% e gli economisti ritengono difficile che la situazione cambi in modo sostanziale nel quarto trimestre. E non solo.

L’agenzia di rating Fitch ha già certificato il progressivo indebolimento del gigante asiatico nelle sue stime: il Pil cinese crescerà del 6,3% nel 2016 per poi rallentare al 5,5% nel 2017 secondo le previsioni dell’agenzia di rating.

La sensazione di scampato pericolo si ritrova anche nel sondaggio di ottobre tra i principali gestori mondiali, la BofA Merrill Lynch Fund Manager Survey. Per i money manager la Cina è ancora la più grande fonte di rischio per il mercato per il 39% degli intervistati, ma il dato è calato drasticamente rispetto al mese di settembre quando il pessimismo sulla Cina era al 54%.  A soffrire ancora è proprio il mercato cinese: dalla caduta estiva Shanghai e anche Shenzhen stanno ancora perdendo il 15% circa e mostrano tutta la loro dipendenza dalle scelte del governo di Pechino (leggi qui il profilo di Wang Qishan, l’uomo più influente per l’economia cinese).

IDEE DI INVESTIMENTO

Cosa potrebbe accadere adesso? Secondo i principali economisti mondiali, l’ipotesi più probabile è che la Banca centrale cinese scelga di abbassare ancora i tassi sullo yuan e le principali banche d’affari restano scettiche sul Paese. In particolare, Goldman Sachs è cauta sulla Cina a causa della presenza governativa ingombrante e dei forti investimenti statali che aumentano in modo vertiginoso il debito pubblico e hanno creato un modello economico sbilanciato. Ecco cosa potrebbe accadere adesso:

  • A gravare come un macigno sul mercato è adesso la possibile reazione della Banca centrale cinese che per far fronte all’emergenza potrebbe decidere di svalutare ancora lo yuan e cedere a politiche di allentamento monetario con pesanti conseguenze su Emergenti e il resto dei mercati globali. La Banca Popolare della Cina ha già tagliato i tassi di interesse cinque volte da novembre scorso e ha abbassato il livello delle riserve bancarie obbligatorie nel tentativo di tamponare la frenata dell’economia.
  • L’impatto del rallentamento cinese è stato amplificato dal calo dei prezzi delle materie prime e la prospettiva di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed). Ed è proprio la Banca centrale americana la più condizionata dal rallentamento. Per questo la Fed continua a rinviare la manovra monetaria di rialzo dei tassi. E i gestori mondiali si aspettano un nuovo rinvio dopo quello di settembre: secondo la BofA Merrill Lynch Fund Manager Survey il 47% degli investitori crede che la Fed aumenterà i tassi entro fine anno, un dato che in calo rispetto a settembre 2015 quando a pensare che la Fed aumentasse i tassi erano il 58% degli intervistati.Note

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