Ci sono argomenti che diamo per scontati, quasi fossero certezze inamovibili della nostra esistenza. Forse il più importante tra questi è legato all’origine dei soldi. Se ne abbiamo bisogno li cerchiamo nel portafoglio, oppure ci rechiamo al più vicino bancomat per ritirarli. Per quelli che ancora ne hanno s’intende! Ma qualcuno si è mai posto la sacrosanta domanda di come, dove e quando sono stati creati? Chi avesse letto il mio articolo precedente saprebbe già che sono un’innovazione relativamente recente.

Grandi civiltà del passato, tra le quali gli Antichi Egizi, gli Assiro-Babilonesi o i Fenici non ne fecero uso per gran parte della loro storia. Ma allora chi ha inventato le monete, questi dischetti magici che ancor oggi fanno muovere il mondo? Si cominciò con pepite o lingotti, poi con blocchi fusi marchiati rozzamente impressi con un conio o con il rilievo ricavato nello stampo di fusione. La teoria più accreditata ritiene che la prima moneta fosse fatta di una lega mista di oro e argento, e dietro la sua origine si celano eventi realmente accaduti intrecciati alla Mitologia Greca. Secondo quest’ultima infatti, in Lydia oggi sud della Turchia, scorreva un fiume considerato magico che prese il nome di Pattolo, una divinità nata dagli amori di Zeus e della ninfa Leucotea.

La storia mitologica lega il giovane Re Mida a questo fiume leggendario. Tutt’altro che avaro e bramoso di ricchezza come in molti lo pensano, ereditò la corona dal padre, che era povero in canna. Un giorno passò nelle sue terre il vecchio Sileno, il precettore di Dionisio. Il pover’uomo era in gravi difficoltà e Mida ebbe la bontà di soccorrerlo in modo caritatevole. Dioniso gli fu riconoscente ed offrì al re un dono a sua scelta. Con l’entusiasmo di chi si trova in difficoltà economiche, d’istinto, chiese di poter trasformare ogni cosa toccasse, in oro. Dioniso lo accontentò, ma Mida si rese presto conto della sventura che lo aveva colpito. Cibo, acqua, persino sua figlia si trasformarono nel prezioso metallo. Il re non riusciva più né a mangiare né a bere. Dioniso, mosso nuovamente a compassione, decise di sciogliere l’incantesimo. Gli ordinò di lavarsi nel fiume Pattolo gettandosi nelle sue limpide acque. Mida non perse tempo e da quel momento il fiume divenne una straordinaria miniera d’oro.

La facilità di estrazione del metallo prezioso, attirò nel VI Sec., l’attenzione del mitico re Creso, discendente di Mida, che comprendendone in pieno l’importanza, accentrò l’attività di emettere denaro. La moneta così come la conosciamo, nacque quindi con tutta probabilità proprio in Lydia tra il VII ed il VI Secolo Avanti Cristo prendendo il nome di Elektron, in greco antico l’ambra, ossia il colore della lega di oro e argento, che scorreva in quelle acque. Creso, diventò ben presto l’uomo più ricco del suo tempo, e viene impropriamente considerato l’inventore stesso del denaro. In maniera analoga a quello che farà Paperon de’ Paperoni svariati secoli più tardi, anche lui costruì un grande deposito. Fece erigere a Efeso, un mirabolante tempio, dedicato alla dea Artemide, emblema della sua potenza, al cui interno accumulò gran parte del suo denaro.

Per secoli e secoli gli edifici religiosi ebbero la funzione delle Banche. Le monete di Creso riscossero un grande successo perché rendevano facili gli scambi delle merci, inoltre venivano anche risparmiate e tramandate volentieri dai privati dato che erano piccole, non deperibili e di alto valore. Il successo ottenuto da Creso si diffuse nei paesi vicini come la Persia e la Grecia, dove si produssero monete in elettro, in argento, in rame e anche in oro a cura delle principali Città-Stato. Nella Grecia antica i primi pezzi monetari si chiamarono genericamente Nomisma, ossia regolate dalla legge, e all’inizio furono stampati su una sola faccia. Queste monete avevano un diverso contenuto di oro o argento a seconda del valore. Come ci ricorda lo storico della finanza Peter Bernstein “un’ingegnosa innovazione in Lydia fu l’uso di una pietra locale, di colore nero, per saggiare la purezza delle pepite d’oro ricevute in pagamento nelle transazioni commerciali. Questa pietra divenne famosa come “pietra di paragone”, perché gli orafi strofinavano su di essa gli oggetti d’oro e poi confrontavano il segno rimasto con quelli prodotti da 24 aghi contenenti oro e argento, e rame in diverse proporzioni. Il ventiquattresimo ago era d’oro puro, ed infatti 24 carati sono ancor oggi la misura dell’oro finissimo”.

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1 Commento

  1. 18 giugno 2015 a 13:37 — Rispondi

    Ciao Alex mi fa piacere ritrovarti dopo l’incontro di quest’inverno a Napoli. Ti leggo sempre con interesse.

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