L’ottimismo degli analisti è ancora alto. E se si scorrono i report con le previsioni 2016 sull’andamento del petrolio è il valore 50 dollari il più gettonato, ben lontano dai 20 dollari ipotizzati da Goldman Sachs (Leggi qui l’analisi di Online Sim), la prima banca d’affari a parlare esplicitamente di guerra del barile, senza indicare però l’anno in cui tale valore si sarebbe verificato.

E di guerra con il prezzo del petrolio usato come arma si può adesso parlare apertamente. Il punto di svolta è stata la riunione dei 13 principali Paesi produttori che si è tenuta il 4 dicembre e ha sancito, di fatto, l’addio alle quote dell’Opec. La conseguenza? Petrolio a picco con il Wti a quota 38 dollari e il Brent a 41 dollari che sono sprofondati sui minimi dal febbraio 2009, scatenando le vendite sui titoli azionari del comparto energetico e portando il colore rosso su tutte le borse.
La discesa dei prezzi dell’oro nero a ben guardare ha ben poco a che vedere con le naturali dinamiche di mercato di equilibrio di domanda e dell’offerta. Dietro a questa discesa c’è la regia dell’Arabia Saudita, che da principale produttore mondiale di greggio, combatte a suon di prezzi una guerra economica più grande, che si intreccia con le tensioni geopolitiche che scuotono tutto il Medio-Oriente.

Cosa è accaduto? L’Opec ha deciso di lasciare invariato “l’attuale livello di produzione” che da 18 mesi supera il tetto di 30 milioni di barili al giorno. La domanda reale è stimata in almeno 31,5 milioni di barili al giorno, pertanto la scelta dell’Opec è un implicito riconoscimento della fine del sistema delle quote. “Gli americani non hanno un tetto, i russi non hanno un tetto, perché dovrebbe avercelo l’Opec?” ha detto il ministro del petrolio iracheno, Adel Abdul Mahdi, dopo la riunione dell’Opec. Ed è stato ancora più incisivo il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh: “Ciascuno farà come vuole”. L’Iran, del resto, è tra i Paesi più desiderosi di aumentare la produzione per sfruttare la fine dell’embargo per il suo programma nucleare (Leggi qui l’approfondimento di Online Sim).

Ma Teheran non sarà la sola a pompare più petrolio, con l’effetto di deprimere ulteriormente il prezzo del greggio in un contesto di crisi della domanda e di sovraproduzione che ha portato le scorte globali vicine ai 3 miliardi di barili.
Eppure, gli analisti sono ottimisti per il 2016 dell’oro nero. Barclays Equity Reserch, che ha compilato un report sulle compagnie europee di gas e petrolio dal significativo titolo “Sulla strada delle redenzione”. Il prezzo obiettivo è fissato a 50 dollari al barile nel 2016.
Il report non fa i conto però con la variabile geopolitica che finora ha sempre portato a questo risultato: più il conflitto in Medio Oriente si fa distruttivo più il prezzo scende. È una guerra alla rovescia rispetto al passato, l’Arabia Saudita ha fatto saltare l’Opec e le quote del tetto produttivo per mettere al tappeto i suoi competitor. Ecco come:

  • Il nemico numero uno dell’Arabia Saudita è l’America e la produzione del gas scisto, il cosidetto shale gas, ovvero l’estrazione di gas metano derivato da argille, prodotto in giacimenti situati tra i 2000 e i 4000 metri di profondità e raggiungibili attraverso tecniche di perforazioni orizzontali e fratturazioni idrauliche. Secondo i calcoli degli analisti, per essere competitivo contro il petrolio bisogna che il prezzo del barile sia stabile intorno ai 70 dollari. Da non sottovalutare poi che l’America è il principale estrattore, ma è la Cina potenzialmente il primo Paese al mondo per riserve finora non sfruttate.
  • Il prezzo basso del barile serve all’Arabia Saudita anche per arginare il ritorno dell’Iran sul mercato dopo la fine dell’embargo. L’Iran è l’unico gigante del Golfo in grado di contrastare l’egemonia dei sauditi.
  • Il prezzo basso serve ai sauditi anche per combattere contro la Russia, iperproduttiva, ed è una strategia di lungo periodo. Per questo le economie dovranno imparare a convivere con il petrolio basso, che può essere un bene per i consumi meno per Mario Draghi, che ha basato la sua politica monetaria anche sulla variabile petrolio in ripresa per contenere l’inflazione.

    Note

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1 Commento

  1. 22 dicembre 2015 a 14:53 — Rispondi

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