Lasciare che sia il mercato a decidere il tasso di cambio dello yuan. È questo l’obiettivo dichiarato dalla People’s Bank of China (Pboc), la banca centrale cinese, che dal 12 al 14 agosto ha messo in atto la più imponente svalutazione degli ultimi 20 anni della moneta del Paese. Pboc ha fissato il cambio medio di riferimento dello yuan a 6,3975 contro il dollaro americano, in una fascia che consente variazioni del più o meno 2% rispetto alla valuta Usa.
Alla fine della manovra della banca centrale cinese che ha tenuto con il fiato sospeso i mercati per 48 ore lo yuan si è svalutato poco meno del 4%, ma considerando che nell’ultimo anno si era apprezzato di almeno il 15% l’impatto sui bilanci di chi importa ed esporta merci da e verso il Pase è ancora piuttosto aleatorio.
La ragione? Secondo i calcoli di Citibank, circa il 6% delle esportazioni totali dell’Eurozona sono dirette alla Cina, mentre circa il 10% delle importazioni provengono dal gigante asiatico. Più in particolare La Repubblica popolare cinese assorbe solo il 6% dell’export tedesco, per esempio, e circa il 3% di quello italiano con i settori del lusso e dell’auto in testa.

E allora perché fa così paura questa manovra? La ragione è semplice e ha radici politiche: la Cina vuole che il tasso di cambio sia maggiormente guidato dal mercato per ottenere l’ammissione dello yuan nel basket dei cosiddetti Diritti Speciali di Prelievo (SDR) del Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Ed è, di fatto un’ammissione di debolezza dell’economia cinese che arriva a poche settimane dal crollo della Borsa e dai dati di un Prodotto interno lordo (Pil) in frenata.

IDEE DI INVESTIMENTO
Ma quali sono le conseguenze dirette per chi investe nell’area euro? L’impatto si fa sentire sul mercato azionario, dove i titoli più esposti alla Cina sono meno appetibili. Ecco in cinque punti cosa c’è da valutare secondo l’analisi di Martin Skanberg, gestore azionario europeo di Schroders.

  • Il premio per il rischio globale dovrebbe essere rivisto al rialzo, in linea con una crescita globale più debole. Potremmo assistere a un’accelerazione delle tensioni dei Mercati Emergenti, che probabilmente continueranno ad avere un impatto negativo sui prezzi delle materie prime (petrolio e oro) e dell’energia. Secondo Skanberg questo scenario è possibile perché “non si possono escludere svalutazioni competitive, che porto lo yuan ad essere sottovalutato del 5-10% rispetto al dollaro.
  • Una ripresa della deflazione è una delle conseguenze possibili. E questo potrebbe spingere la Banca Centrale Europea (BCE) ad allentare ancora la politica monetaria, spingendo i consensi verso l’azionario dell’area euro.
  • Data la debolezza dell’euro contro il dollaro nell’ultimo anno, la moneta unica si è deprezzata di circa il 2% rispetto allo yuan negli ultimi 12 mesi e di circa il 9% negli ultimi due anni. Di conseguenza, le società esportatrici dell’Eurozona godono comunque di una spinta positiva sul fronte valutario, agli attuali livelli.
  • Si stima che circa il 12% delle vendite ponderate per la capitalizzazione di mercato (riferite alle società dell’Eurostoxx 50) siano dirette alla regione Asia Pacifico, con solo il 2% di esse indirizzate direttamente alla Cina. L’esposizione degli utili societari è stimata a un livello leggermente più alto (circa al 6%), ma non preoccupante per la performance. Per questo, Schroders si aspetta un impatto solo moderato dalle oscillazioni dei tassi di cambio sui mercati dell’Eurozona.
  • A livello di composizione dei portafogli, ci sono settori e società che hanno un’esposizione significativa alla Cina. Tra questi: i beni di lusso, il settore tecnologico, dell’automotive, dei beni strumentali e dei materiali (in particolare settore minerario e chimico). Per questi comparti, i profitti convertiti in euro saranno colpiti. Ci sono però molti settori area euro che hanno, per definizione, un’esposizione nulla o limitata alla Cina, come il settore bancario, assicurativo, dei viaggi, dei media, delle utility e dei servizi di telecomunicazione.

    Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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