Fa discutere la proposta di riforma delle pensioni e assistenza sociale firmata da Tito Boeri che, dopo mesi di dibattito a porte chiuse, è diventata pubblica in ogni dettaglio. Il documento Inps ha al centro una proposta di legge, con articoli, commi e allegati e un obiettivo primario: abbattere del 50% la povertà tra chi ha più di 50 anni, istituendo un reddito minimo da 500 euro.
Per finanziarlo l’Istituto avanza l’ipotesi di prelievi sui pensionati d’oro, circa 250 mila persone, e il blocco di sostegni assistenziali per le famiglie più ricche, oltre mezzo milione di beneficiari. Idee su cui si è aperto il dibattito. E idee che se applicate possono mutare lo stato sociale.

Fino a che punto lo spiega a Online Sim Blog il sociologo Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma, che dice: “L’idea di fondo della riforma è di incoraggiare una staffetta generazionale, ed è un aspetto senza dubbio positivo, poi c’è il tema della decurtazione degli assegni più consistenti che è ambivalente”.

Qual è il suo giudizio?
Da una parte è positivo perché è una redistribuzione di reddito, eliminando privilegi come i vitalizi, dall’altra però è negativo perché lo Stato pensa di rescindere un contratto fatto con il cittadino unilateralmente e questo non è bene, anche perché colpisce la piccola e media borghesia che adesso è la stampella della società. Diciamo che è un Robin Hood all’italiana.

Il costo sociale è sostenibile?
È proprio questo il punto: oggi una pensione di 3 mila euro non è affatto ricca se si pensa che a viverci oltre il pensionato c’è anche un figlio intorno ai 50 anni, magari rimasto disoccupato, e un nipote in età universitaria. Robin Hood toglieva ai ricchi per dare al proletariato, qui si toglie al ceto medio. È un welfare all’italiana. Non è sostenibile oggi.

Ma c’è il paracadute del reddito minimo per gli over 55. Non è sufficiente?
Questa è una proposta importante e va nella direzione giusta, anche se è un passo molto timido verso quello che è inevitabilmente il nostro futuro socio-economico: un sistema jobless growth dove avremo sempre più beni e servizi e sempre meno persone che li producono. È un dato di fatto che deriva dall’innovazione tecnologica.

E quindi sempre meno contributori Inps?
Questo è un errore da correggere: oggi la contribuzione è proporzionale al numero dei lavoratori, ma il sistema dovrebbe essere sganciato dal singolo e agganciato alla produzione effettiva. Tanto produci, tanto contribuisci. Le faccio un esempio: in Italia ci sono 23 milioni di persone che lavorano e otre 4 milioni di disoccupati. Chi lavora lo fa in media per 40 ore alla settimana. Se gli occupati lavorassero tutti 36 ore, avremo trovato la piena occupazione. È un paradosso e non è dove stiamo andando.

E dove stiamo andando?
Verso un mondo del lavoro di pochi. Del lavoro come privilegio, come un tempo era l’ozio per i nobili.
Nel 2030 il 40% dei lavori attuali sarà scomparso e non sarà sostituito. Il risultato è un mondo dove la ricchezza sarà prodotta da pochi e redistribuita con un reddito minimo garantito a tanti.
Ma il punto è agganciare la redistribuzione di ricchezza alla produzione e non al lavoro. Altrimenti chi non lavora, non mangia.

IL NUOVO WELFARE ITALIANO IN 4 PUNTI CHIAVE

  • Reddito minimo per gli over 55. Dei 16 punti indicati dalla riforma Boeri, ben 8 sono dedicati all’istituzione di un reddito minimo garantito pari a 500 euro al mese per le famiglia in forti difficoltà economiche con almeno un ultracinquantenne. A beneficiarne dovrebbero essere anche eventuali figli disoccupati. Per accedere al Sostegno di Inclusione Attiva, così si chiamerebbe lo strumento, occorre presentare soglie di reddito che riconducono allo stato di povertà (500 euro mensili per un singolo). C’è anche una sigla, SIA55, e una data d’avvio, il primo luglio 2016.
  • Meno assistenza sociale per i ricchi. Gli over 65 con reddito lordo superiore a 32 mila euro vedranno calare gli aiuti sociali. Sopra i 37 mila euro annui (scatta lo stop a pensioni sociali, assegni sociali, integrazioni al trattamento minimo o altre forme si assistenza (maggiorazioni o importi aggiuntivi), in tutto l’Inps ne calcola 8. La data riportata nell’articolato per l’avvio della misura è il primo gennaio.
  • In pensione a 63 anni con assegno decurtato del 10%. Si potrà andare in pensione a 63 anni e 7 mesi con una perdita secondo l’Inps non superiore al 10%. L’uscita però è consentita in presenza di un minimo di anzianità contributiva (20 anni) e di un assegno non inferiore a 1.500 euro mensili (quindi 3 volte il minimo).
  • Ricalcolo dei vitalizi secondo il contributivo. Per finanziare le uscite anticipate, a partire dai 63 anni, viene proposto il ricalcolo con il contributivo delle pensioni più alte, oltre i 5 mila euro al mese e un congelamento degli importi per quelle oltre i 3.500. Stangata anche sui vitalizi dei politici, per cui è prevista l’applicazione del contributivo sin dal primo gennaio del prossimo anno.


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    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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