Nessun rinvio, nessun voto del Parlamento. Gli inglesi hanno deciso di uscire dall’Unione europea il 23 giugno e il premier conservatore britannico, Theresa May, non ha alcuna intenzione di mettere in discussione l’esito del referendum. Tanto che non permetterà il voto in Parlamento e ha deciso di attivare direttamente l’Articolo 50 del trattato di Lisbona, in modo che il divorzio dall’Ue possa marciare da gennaio 2017 in poi.  Del resto, a dispetto di tutte le previsioni nefaste della vigilia, l’azienda Gran Bretagna non è stata così bene. La Brexit ancora non c’è, ma alcuni effetti già si vedono e sono addirittura positivi.
La prova? A due mesi esatti dal referendum, la Confindustria britannica (Cbi), che rappresenta l’80% dell’economia inglese, nel suo Industrial Trends Survey, il rapporto periodico sull’economia del Regno Unito, evidenzia come gli ordini dall’estero abbiano raggiunto il massimo degli ultimi due anni, dopo la flessione della sterlina seguita al voto sull’Ue.
L’altra faccia della medaglia è che i produttori pagano di più le materie prime. Un altro dato incoraggiante per il premier britannico è che, contro tutte le previsioni nere, le vendite al dettaglio in Gran Bretagna hanno battuto le attese degli analisti e sono cresciute a luglio dell’1,4% anche grazie all’arrivo dei turisti, incoraggiati a spendere di più con il cambio favorevole contro euro e dollaro. Tanto che, secondo un rapporto di Lloyds Bank, la fiducia dei consumatori rispetto alla loro situazione finanziaria, è ai massimi dal 2011.

Brexit: nessuna manovra aggiuntiva, per ora basta la Boe

Lo spettro di una manovra aggiuntiva in autunno sembra essere scongiurato e le certezze fosche della vigilia del voto sembrano appartenere a un’altra epoca. Le incertezze, in compenso, non si sono dissolte. Per sostenere l’economia inglese basta, per ora, l’intervento tempestivo e consistente della Bank of England (BoE), che ha ridotto i tassi d’interesse al nuovo record dello 0,25% e rilanciato il Quantitative easing sui titoli di Stato inglesi per un controvalore di 60 miliardi di euro nei prossimi sei mesi.
Non tutto brilla, però. La Boe ha ammesso che “un rallentamento” dell’economia è all’orizzonte e dipende da una parta dalla disoccupazione – gli ultimi dati sono buoni: fra aprile e giugno il tasso è sceso ancora, al 4,9% e a luglio sono calate le richieste di sussidi pubblici – dall’altra dal calo del settore immobiliare che ha avuto una flessione dell’1% ma è atteso in calo per tutto il 2017. L’uscita vera e propria dall’Ue è prevista per fine 2018, inizio 2019, e il vero effetto strutturale della Brexit su lavoro, produzione e commercio deve essere proiettato nei mesi e negli anni. Meglio, negli anni.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

Gli aspetti positivi della Brexit hanno rimesso in moto le obbligazioni societarie in sterline che beneficiano del sostegno della Banca d’Inghilterra. Tanto che c’è chi ipotizza che il 2016 alla fine sarà l’anno della obbligazioni societarie investment grade in sterline che, secondo i calcoli di Bank of America Merrill Lynch sono cresciute quasi il 13% da gennaio, superando il mercato statunitense, in crescita del 9,1%, l’area euro, in crescita del 5,9%. Tuttavia, dopo il 23 giugno, i rendimenti delle obbligazioni societarie sono diminuiti, ma i bond in sterline offrono comunque una performance media del 2,4% e hanno una scadenza lunga: secondo l’analisi di Barclays, il 45% dei corporate bond inglesi ha vita media di 10 anni o più, contro il 29% delle imprese degli Stati Uniti e  meno del 10% di quelli euro. Puntare su questi bond con un fondo obbligazionario corporate denominato in sterline può essere una buona idea.

Ecco cosa c’è da sapere prima di acquistare, secondo l’analisi di Ben Lord, gestore di M&G Global Corporate Bond Fund:

  • La dimensione del mercato delle obbligazioni corporate in sterline è ridotta e rende vulnerabili i prezzi di questi bond, quindi gli investitori potrebbero ottenere una spinta nei rendimenti solo nel breve termine.
  • Quando si acquista un’obbligazione societaria non si acquista soltanto l’esposizione ai rendimenti del titolo di Stato, ma anche l’esposizione al rischio di credito, riflessa dallo spread di credito.
  • Il settore corporate investment grade denominato in sterline ha un’esposizione al gilt decennale, il titolo di Stato inglese gemello del Btp, che ha oggi un rendimento di circa lo 0,5% ai minimi storici.

 

Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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