L’anno appena concluso, dopo una partenza spumeggiante, aveva dovuto rientrare degli eccessi dei primi mesi con una seconda parte all’insegna della debolezza. L’anno nuovo inizia invece con immediate e repentine correzioni con epicentro in Cina. I timori di un rallentamento del gigante asiatico, che più volte erano emersi nei mesi scorsi, nonché di un possibile scoppio della bolla azionaria, si sono riaffacciati con l’irruenza ormai nota.

La svalutazione della moneta cinese decisa dalle autorità non ha fatto altro che confermare come i supposti problemi di crescita siano quanto mai realistici e non sono valse a molto le restrizioni di vario genere alle contrattazioni che avevano l’obiettivo di arginare le vendite. Gli investitori stanno evidentemente smobilizzando parte dei capitali e si sono rivisti la scorsa settimana i -7% sul listino asiatico. Le ripercussioni sulle piazze di tutto il mondo non sono mancate sia per il quadro generale delle crescita che ne esce deteriorato che per la svalutazione dello yuan che potrebbe alterare gli equilibri e magari riaprire nuove guerre delle valute.

A questo quadro, tralasciando i problemi “locali” in Europa, e dimenticandoci le tensioni in Medio Oriente, si aggiunge la debolezza del petrolio ormai vicino ai 30 dollari al barile. Tale andamento, che accompagna un po’ tutte le materie prime, è certamente ascrivibile in parte alle politiche aggressive dell’Arabia Saudita, sulle cui ragioni è inutile addentrarsi, ma completa anche uno scenario di sviluppo globale caratterizzato da aspettative di rallentamento come quelle che di recente hanno ufficializzato i principali organismi internazionali.

Le aspettative sono infatti il concetto chiave per comprendere come variazioni di indicatori macroeconomici di entità piuttosto ridotta possano essere amplificate sui mercati dei capitali. Il prezzo dei cosiddetti asset, azioni, obbligazioni o altri che siano, valorizzano prevalentemente i rendimenti previsti. Si spiega così come pochi decimali in più o in meno di crescita, mutando le aspettative sugli utili futuri di interi settori, determinino nell’immediato ampie oscillazioni nei prezzi.

Per la cronaca i primi dieci giorni del 2016 hanno regalato un -7.00% per l’Eurostoxx50, un -5.96% per lo S&P500 e un -9.24% per l’indice di Hong Kong. L’indice europeo, caratterizzato da un trend di fondo rialzista, ormai è giunto in area supportile dei 3000 punti. Una negazione di tale soglia potrebbe anche compromettere lo scenario di medio termine. Quello americano, analogamente, ha raggiunto il livello supportile in zona 1900 punti su cui ha arrestato temporaneamente la flessione. L’indice asiatico, la cui impostazione pare molto più compromessa, si è portato poco sotto quota 20000 punti confermando la correzione in atto e puntando verso i primi livelli supportili sui 19390 e 18000 punti.

È probabile che le prospettive globali non siano così cambiate come in certi momenti l’impulsività determinata dall’andamento dei mercati suggerirebbe, la prudenza rimane però un imperativo soprattutto sui Paesi Emergenti, ancora incapaci di crescita endogena e per la maggior parte legati strettamente alle dinamiche delle materie prime.

Ranking

Chi saleChi scende
Obbligazionari euro governativi lungo termineAzionari Paesi emergenti
Obbligazionari euro governativi breve termineAzionari Pacifico
Chi sale e chi scende: le asset class del mese.

Note

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Luca Lodi

Luca Lodi

Head of R&D di FIDA, Finanza Dati Analisi, coordina le attività di ricerca-sviluppo e formazione del gruppo (FIDAmind). Sviluppa metodologie quantitative per l'analisi di portafoglio, di strumenti e mercati finanziari. Negli anni precedenti ha collaborato con ADB S.p.A occupandosi della gestione del settore Banche Dati e dell’Uffico Studi. Giornalista pubblicista collabora con testate editoriali.

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