Se dal punto di vista macroeconomico nulla di nuovo giunge dal continuo bombardamento di dati congiunturali cui ormai siamo abituati nell’era della sovrainformazione, desta sicura perplessità la constatazione che anche il nostro Paese abbia potuto collocare dei propri titoli a breve a tassi di interesse negativi. I sottoscrittori hanno accettato, dunque, di pagare un interesse, anziché riceverlo, per parcheggiare delle risorse economiche presso il disastrato Stato italiano.

La spiegazione sta tutta nella determinazione, ribadita dal presidente Draghi, di rilanciare lo sviluppo con tutti i mezzi che saranno necessari. Dal punto di vista tecnico, già adesso, le banche pagano lo 0,2% sui depositi presso la BCE con un costo pertanto maggiore rispetto a quello che hanno accettato di pagare su BOT e CTZ.

Le dichiarazioni della BCE per bocca del suo presidente lasciano intendere che il QE e la politica dei tassi prossimi allo zero siano ben lungi dall’aver raggiunto la massima intensità e cominciano a diffondersi ipotesi di nuovi pacchetti di stimoli monetari, un QE2, un ulteriore stretta sul tasso di interesse dei depositi ed altre eventuali misure, non specificate e lasciate intendere da Draghi in una recente intervista.

Parallelamente la FED, nel suo ultimo meeting, ha invece definito appropriato il livello dei tassi riservandosi di valutare i progressi economici per decidere se procedere con il pluri-rimandato livello dei tassi già nella prossima riunione, quella di dicembre. Si inverte nuovamente, in maniera parziale, il trend delle aspettative degli analisti che ormai davano quasi per scontata l’attesa fino al 2016.

È in base al rapporto tra le aspettative sulle decisioni degli organismi dalle due parti dell’oceano atlantico che si è mosso il cambio euro/dollaro, con la moneta europea tornata al ribasso in area 1,1 a metà del suo range di oscillazione di riferimento del 2015.

E sempre con gli occhi puntati sulle autorità monetarie che anche le borse cercano di recuperare la correzione estiva, con quelle americane più vicine ai massimi a riprova della salute che l’economia USA può vantare rispetto al vecchio continente. Lo S&P500 si colloca ormai in prossimità dell’area resistenziale dei 2100-2150 punti, massimi assoluti che erano stati capaci di respingere il trend positivo. Più faticosa la ripresa dei mercati europei che, più pesanti nei mesi scorsi, sono solo a metà del ritracciamento con l’Eurostoxx in area 3500 ed il Dax sugli 11000 punti. Non sono impostati meglio i mercati emergenti per i quali è assodata una fase di rallentamento il cui esito appare ancora incerto. Lo scenario, pur migliorato, non è ancora dominato dal cielo azzurro e se in un’ottica di breve termine molti indici hanno ripreso il trend positivo, la tendenza di medio non può dirsi ripristinata.

I mercati non riescono dunque a brillare di luce propria e le banche centrali sembra possano essere pronte ad andare avanti senza limiti per sostenere l’economia. Con gli occhi puntati sulla BCE, l’idea che ormai i tassi potessero solo più salire, che certamente alcuni avranno avuto, potrebbe essere a questo punto superata e l’interventismo della banca centrale, una volta accusata di immobilismo, potrebbe trasformare in modo imprevisto il rapporto con il credito facendo ritenere normale il pagamento di una fee per la custodia del denaro.

Note

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Luca Lodi

Luca Lodi

Head of R&D di FIDA, Finanza Dati Analisi, coordina le attività di ricerca-sviluppo e formazione del gruppo (FIDAmind). Sviluppa metodologie quantitative per l'analisi di portafoglio, di strumenti e mercati finanziari. Negli anni precedenti ha collaborato con ADB S.p.A occupandosi della gestione del settore Banche Dati e dell’Uffico Studi. Giornalista pubblicista collabora con testate editoriali.

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