Che sarebbe stata la volta buona erano in molti a sperarlo. Dopo tre bocciature, l’ultima nel luglio del 2016, la Cina è riuscita ad entrare negli indici di mercato Morgan Stanley Capital Index (Msci) dedicato ai mercati emergenti. L’ingresso è previsto in due tempi: un primo step a maggio 2018 e un secondo ad agosto 2018. La volta buona è arrivata a pochi giorni dalla bocciatura di Moody’s al rating sovrano cinese abbassandolo ad A1 da Aa3, e portando l’outlook da stabile a negativo per la prima volta dal 1989 e della possibilità concreta che anche Standard & Poor’s possa tagliare il rating sovrano cinese che per ora è AA-, con outlook negativo. Così mentre cominciano a serpeggiare i primi dubbi sulla crescita dell’economia cinese, la Cina e il suo premier Li Keqiang, il più grande sostenitore della trasformazione del Paese asiatico in economia di mercato, rendendo lo yuan una valuta globale, vengono ricompensati degli sforzi fatti per aprire il mercato agli investimenti esteri.

Cosa cambia adesso per chi investe? Chi investe in azioni dei mercati emergenti ha già in portafoglio titoli di società cinesi perché la Cina fa parte dell’indice MSCI emerging markets con le azioni quotate a Hong Kong e ha un peso complessivo del 25,8% sul totale. Ora con l’ingresso nell’indice delle azioni cinesi di tipo A, il peso specifico della Cina sul benchmark utilizzato dai gestori emergenti, cambia e potrebbe incidere in maniera significativa sulle scelte dei gestori.
Ma è davvero così? «La decisione dell’MSCI non ha nessuna applicazione pratica per noi come stock-picker», ha detto Nick Yeo, Head of Chinese and Hong Kong Equities di Aberdeen Asset Management. «Investiamo in aziende basandoci su criteri stringenti come la sostenibilità degli utili e la gestione progressiva del capitale. Un flusso di capitale in ingresso che segue l’indice non risponde a questi requisiti di qualità».

Cina: le potenzialità dei fondi dopo l’ingresso nell’indice Msci emerging

Secondo il gestore di Aberdeen l’inclusione dell’MSCI è, in ogni caso, uno snodo importante nel percorso di deregolamentazione e liberalizzazione del conto capitale di Beijing, e alcuni mercati ci perderanno, dato che i flussi di denaro nei mercati emergenti si sposteranno inevitabilmente nel corso del tempo. Secondo calcoli di mercato datati 2016, c’è un potenziale di ingresso di almeno 400 miliardi di dollari di nuovi capitali che potrebbero arrivare sul mercato azionario cinese da qui fino al 2027. La domanda c’è, le riserve degli investitori a livello globale sono proprio sulla forza dello yuan e sulla capacità di Pechino di portare avanti riforme di mercato.

Ma questi calcoli potrebbero essere rivisti al ribasso perché rispetto allo scorso anno è stato modificato il quadro di riferimento con cui gli investitori internazionali accederanno al mercato A-share. «MSCI ha incluso soltanto aziende a grande capitalizzazione ed escluso i titoli quotati su due piazze che fanno parte dell’indice MSCI China per ridurre le sovrapposizioni», ha spiegato Nick Yeo, Head of Chinese and Hong Kong Equities di Aberdeen Asset Management. «Ha anche esentato dall’indice i componenti sospesi per più di 50 giorni nel corso dei 12 mesi precedenti. Il che riduce ad appena 169 i titoli azionari papabili per l’inclusione, che rappresentano il 5% di tutte le società continentali quotate. In questo modo, il mercato A-share varrebbe lo 0,5% dell’indice MSCI Emerging Markets, meno della metà del peso della proposta di inclusione dell’anno scorso». Tanto che il mercato ha reagito in maniera piatta all’annuncio dell’ingresso della Cina nel Msci, anche se «più a lungo termine la Cina diventerà una parte sempre più dominante dell’indice, ma l’arrivo o meno di capitali stranieri dipenderà molto dalla capacità delle aziende cinesi di tipo A di saper comunicare e di essere più trasparenti nel farlo» secondo l’analisi di Gary Greenberg, Head of Emerging Markets, Hermes Investment Management.

Secondo John Lin, portfolio manager China Equities di AllianceBernstein l’inclusione delle A-Shares cinesi nell’MSCI EM Index rappresenta invece, una svolta per gli investitori internazionali, davanti ai quali si apre improvvisamente un universo finora escluso dai radar. «Anche un’ammissione minima rappresenta un passo molto significativo nella strada per integrare la Cina, che ha una capitalizzazione di mercato intorno ai 7,5 trilioni di dollari, nell’azionario globale», ha detto il gestore di AllianceBernstein. «La prima inclusione di 169 titoli A-Shares già sottoposte al regime Stock Connect è un approccio soft, ma è comunque importante nella strada per far sì che l’indice diventi effettivamente rappresentativo delle maggiori economie emergenti». Per Lin se l’intero universo dei titoli azionari del Dragone dovesse entrare nell’indice, gli investitori si troverebbero a fare i conti con l’impatto delle A-shares cinesi nella loro allocazione su portafogli globali o emergenti, includendo nell’analisi la possibilità che presto o tardi l’Emerging Market Index possa essere diviso in All China e EM Ex-China.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

Secondo i calcoli di Morningstar, le A share cinesi al momento pesano per lo 0,73% dell’indice Msci Emerging market. In futuro (ma non si sa ancora quando) la quota potrebbe aumentare anche (ma non solo) per l’inserimento delle small e mid cap. Al momento, quindi, le A Shares non fanno una grande differenza per chi segue l’indice della Borsa cinese. Al di là dell’ingresso della Cina nell’indice Msci che potra dare una spinta all’ingresso di capitali esteri, per chi investe c’è da capire quali sono le prospettive per questo mercato, anche dopo le bocciature da parte delle società di rating. «In generale direi che le macro notizie provenienti dalla Cina non svolgono oggi un ruolo troppo importante per i mercati azionari globali», ha detto Leopold Quell gestore azionario CEE & Global Emerging Markets di Raiffeisen Capital Management. «Probabilmente perché non ci sono grandi sorprese: l’anno scorso la borsa di Shanghai è stata raramente positiva anche se l’economia cinese si è stabilizzata, mentre ora anche le banche mostrano segni di miglioramento in termini di qualità dei loro prestiti. Al contrario, i mercati cinesi a Hong Kong sono notevolmente aumentati: l’indice di Hang Seng che ha guadagnato quasi il 18% dall’inizio dell’anno». Per il gestore di Raiffeisen il valore sul mercato cinese si trova sui titoli tecnologici con nomi come Tencent, Alibaba e Weibo che giustificano una tendenza al rialzo del mercato, mentre i titoli della old economy (come le banche, i nomi petroliferi e le scorte del settore industriale) sono in ritardo in questo rally, me sono destinati a riprendersi entro la fine dell’anno.
Vede valore nel settore finanziario cinese anche Gary Greenberg, Head of Emerging Markets, Hermes Investment Management che però alle banche preferisce le assicurazioni, e sottolinea le buone potenzialità del settore healthcare.

Ecco i migliori fondi che investono sul mercato cinese (categoria Morningstar Azionari Cina):

I migliori fondi azionari per investire sulla Cina

ProdottiRendimento 3yRendimento YTD
UBS (Lux) EF China Oppo (USD) P18,60%4,53%
Neuberger Berman China Equity USD A Acc18,19%1,05%
Vontobel mtx China Leaders Classe B 17,69%7,36%
BGF China A217,39%8,60%
Henderson China Fund Usd Classe A2 Acc 16,85%7,57%
Fidelity China Focus E-ACC-Euro 15,68%5,50%
Schroder China Opportunities Classe B15,04%8,94%
EdRF China A-EUR13,98%-1,60%
Allianz China Equity IT USD13,97%3,80%
Threadneedle China Opp Inst Net EUR12,69%4,28%
Wells Fargo (Lux) WF-China Eq A$ Acc12,65%-0,06%
Invesco China Focus Equity Fund Classe E Eur 12,49%5,23%
Hsbc Gif Chinese Equity Classe Ac Eur 12,38%2,44%
New Capital China Equity USD Ord Acc12,00%-3,36%
Robeco Chinese Equities D EUR Acc11,98%8,32%
Nella tabella, i migliori fondi azionari per rendimento a tre anni che investono sulla Borsa cinese. Fonte: Morningstar Direct.

Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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