I riflettori della Conferenza su clima di Parigi (Cop 21) si sono spenti da poco, ma gli echi dell’accordo definito storico che mira a contenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi nei prossimi cinque anni e ha messo d’accordo 196 Paesi sono destinati a sentirsi nel lungo periodo. Perché l’accordo adesso deve essere ratificato dai diversi Paesi e in attesa di una Cop 22 di cui già si comincia a parlare, il tema del contenimento dell’anidride carbonica (Co2), la decarbonizzazione dei portafogli è già un trend per i grandi gestori.

Lo dimostra l’analisi di BlackRock, la più grande società di investimento del mondo con oltre 4300 miliardi di patrimonio in gestione, che proprio in vista di Parigi, ha fatto il punto sul prezzo del cambiamento climatico, perché le decisioni prese nel corso della COP21, soprattutto sul fronte normativo, influenzano direttamente la politica economica. Imprese e grandi investitori da tempo sono sensibilizzate sul tema.

Lo dimostra l’impegno preso dalla Portfolio Decarbonization Coalition, coalizione istituita dall’ONU e da alcuni investitori influenti – tra i quali la società di asset management Amundi – per “decarbonizzare” i portafogli dei principali detentori di asset. La coalizione si è data recentemente l’impegno di eliminare 60 miliardi di dollari di C02 dai loro portafogli.

Questo impegno ha trovato un riscontro anche tra i piccoli investitori. La prova è l’aumento costante degli asset di prodotti socialmente responsabili, i cosiddetti fondi Socially responsable investing (Sri): secondo lo studio di Vigeo, in collaborazione con Morningstar, aggiornato al 30 giugno 2015, il patrimonio di questi comparti è salito dell’8% anno su anno, arrivando a quota 136 miliardi di euro (pari all’1,7% del totale investito in fondi in Europa) e rendono bene (Leggi qui l’analisi di Online Sim).  All’interno dell’universo dei fondi che investono sul miglioramento del clima del Pianeta ci sono, senza dubbio, anche i fondi “green” attenti all’ambiente: in Europa, sempre secondo l’analisi Viadeo, esistono oltre 1200 comparti specializzati.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

La scelta, quindi, è molto ampia e il contenimento della Co2 è uno dei temi principali, ma certamente non è l’unico. Costruire un portafoglio ben equilibrato che tenga conto della componente geografica, sociale e ambientale è il mestiere dei money manager che sempre di più prendono in considerazione il fattore decarbonizzazione, anche grazie alla nascita di diversi indici specifici a basse emissioni di carbonio (Leggi qui l’approfondimento di Online Sim).

Ma come avviene la scelta di un titolo? Come si fa a misurare l’impatto climatico di un investimento e a investire in un’ottica “meno carbone”? Online Sim lo ha chiesto a Frédéric Hoogveld, Head of Investment Specialists – Index & Smart Beta di Amundi che ha oltre 1.000 miliardi di masse in gestione ed è la società di gestione europea che si è impegnata nella costruzione di indici Low Carbon con Morgan Stanley Capital Index (MSCI), sviluppando la famiglia degli indici MSCI Low Carbon Leaders.

Ecco in tre punti chiave come avviene il processo di investimento:

  • Per misurare l’impatto della Co2 si utilizza il GHG Protocol, una sorta di standard di reporting relativo ai dati sulle emissioni di anidride carbonica, che ha definito diverse categorie di emissioni e principalmente  SCOPE 1, SCOPE 2 e SCOPE 3. Si definiscono SCOPE 1 le emissioni dirette di un’azienda, ad esempio quelle di un generatore che brucia combustibile. SCOPE 2 sono invece le emissioni di cui un’azienda è indirettamente responsabile, a causa ad esempio del suo consumo di elettricità. Le emissioni SCOPE 3 infine sono quelle di cui sono responsabili i suoi clienti, consumandone i prodotti finiti. La classificazione dei dati è sempre più accurata, grazie al Carbon Disclosure Project (CDP). Si tratta di un organismo non lucrativo, sostenuto da più di 800 investitori nel mondo, che rappresentano all’incirca 100 mila miliardi di attivi. Tal organismo si occupa di raccogliere i dati qualitativi e quantitativi presso le aziende e fornirli poi ai gestori di asset o ad altri fornitori di dati che li monitorano e completano.
  • Per raggiungere la giusta diversificazione geografica e settoriale sono utili gli indici di nuova generazione (MSCI Low Carbon Leaders). L’obiettivo è quello di offrire dei prodotti che replichino il più fedelmente possibile l’esposizione del mercato in termini di settori, stili e zone geografiche, mantenendo un buon livello di liquidità e limitando l’impronta carbone e il rischio legato alle riserve di combustibili fossili.  Tale analisi si effettua sulla base di due parametri : le emissioni delle aziende rispetto al giro d’affari – per non sfavorire le imprese più grandi – e le riserve potenziali di CO2 rapportate alla capitalizzazione.
  • Il rischio di portafoglio in questo caso ha due variabili: il tracking error tradizionale e quello legato alle emissioni. Per contenere il rischio di tracking error, gli indici MSCI Low Carbon Leaders sono stati costruiti in modo da essere sector e country neutral. La metodologia dell’indice include un tetto alle esclusioni, che si limitano al 70% per ogni settore. Il secondo parametro da considerare é il rischio legato all’intensità delle emissioni: la metodologia degli indici MSCI Low Carbon Leaders ha l’obiettivo di ridurre di almeno 50% il rischio carbone, misurato in termini di livello di emissioni di anidride carbonica (emissioni attuali e riserve rappresentative delle potenziali emissioni future) rispetto agli indici di riferimento.

L’ottica di investimento consigliata per questi fondi è di almeno 5 anni e consentono di investire secondo la logica dell’azionario globale ma con un occhio all’ambiente. Luciano Diana che insieme con Gabriel Micheli gestisce i portafogli di Pictet, uno dei campioni di rendimento di settore, ribadisce l’importanza della diversificazione, ma sottolinea come in questi casi sia fondamentale quella settoriale con almeno nove dimensioni da tenere sotto controllo oltre ala Co2 tra cui acqua, suolo, contaminazione chimica e così via. “Il rischio di portafoglio è minore rispetto al mercato azionario globale (MSCI World) perché le società hanno meno probabilità di essere penalizzate da normative ambientali” ha sottolineato Diana.

Ecco i tre campioni di rendimento a tre anni che investono secondo criteri di decarbonizzazione rispetto dell’ambiente:

  • Parvest Environmental Opportunities Privilege-Capitalisation gestito da Jonathan Foster rende l’11% a tre anni. E’ un azionario globale e investe in società di qualsiasi Paese che svolgano una parte significativa delle proprie attività sui mercati ambientali (energie alternative, risparmio energetico, trattamento e distribuzione delle acque, controllo dell’inquinamento, gestione dei rifiuti e settori connessi o correlati) e che rispettino i principi di responsabilità sociale, responsabilità ambientale e corporate governance così come dettati dal Global Compact delle Nazioni Unite, e altresì in strumenti derivati su tale tipologia di attivi. Il 44% del portafoglio è investito in America.
  • Pictet – Global Environmental Opportunities – R EUR, Gabriel Micheli e Luciano Diana che gestiscono il fondo, un azionario altre specializzazioni, hanno come obiettivo individuare macro temi guida nelle scelte dei titoli nei settori: Agricoltura, Energia Pulita, Legname e Risorse Idriche. Ciascuno dei quattro temi presenta una ponderazione di portafoglio strategicamente ripartita. Attualmente, un terzo è investito in Risorse Idriche, un terzo in Energia Pulita, un sesto in Legname e, infine, un sesto in Agricoltura. A tre anni il fondo rende il 9,88%.
  • Mirova Europe Environmental Equity Fund R/A (EUR) che rende l’8,65% a tre anni è gestito da Suzanne Senellart che ha come obiettivo individuare titoli azionari di società che svolgono attività volte principalmente a risolvere problematiche ambientali quotate in area euro. Più globale, invece, Mirova Global Transition Energy Equity Fund classe R Euro Acc a proprio l’obiettivo di investire in società che contribuiscono a ridurre le emissioni dei gas serra e si adattano alle conseguenze delle variazioni climatiche. Il fondo è un azionario internazionale denominato in euro, ma ne esiste anche una versione in dollari, a tre anni rende il 3,95%. Beni industriali (36,2%), Beni di consumo (23,2%) e Materie prime (12%) sono i principali settori nel portafoglio di Clotilde Basselier, che gestisce il fondo. America (47,7%) ed Europa area euro (22,2%) sono i due mercati di riferimento.

    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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