Quando a luglio il Parlamento europeo aveva respinto l’approvazione della direttiva europea sul copyright, i Big della tecnologia mondiale con passaporto americano come Facebook, YouTube, Google Alphabet, Amazon e anche Twitter avevano tirato un sospiro di sollievo. Ma la gioia da scampato pericolo è durata poco: il 12 settembre 2018 il Parlamento europeo ha deciso di approvare la Direttiva Europea sul copyright che prevede una retribuzione per giornalisti, editori, musicisti e creativi di ogni genere per l’utilizzo delle proprie creazioni da piattaforme di condivisione come YouTube o Facebook e aggregatori di notizie come Google News. Ma non solo. I colossi di Internet diventano responsabili per ciò che appare sulle loro piattaforme e anche dell’uso che ne viene fatto.

Adeguarsi alla normativa europea potrebbe costare ai Big tech miliardi di revenues. Al momento nessun analista si è spinto a fare un calcolo preciso di quanto possa costare alle aziende tecnologiche mettersi in regola con la normativa, ma secondo dati Bloomberg, se si considera soltanto l’attività di controllo degli errori sistematici che, secondo la direttiva, è tutta a carico di chi pubblica in Rete, potrebbe portare a sanzioni pari al 4% delle entrate. Il valore? Se calcolato sui bilanci 2017 per Google e Alphabet circa 4,4 miliardi di dollari, e per Facebook circa 1,6 miliardi di dollari.

Cosa prevede la Direttiva europea sul copyright

Per calcolare l’impatto economico reale sui conti dei Big della tecnologia bisognerà attendere gennaio 2019 quando la Direttiva europea arriverà sul tavolo del Consiglio europeo per il via libera finale. Subito dopo toccherà ai diversi Paesi europei recepire la norma e applicarla. Fino ad allora si possono solo fare ipotesi, prendendo in considerazione i due articoli della Direttiva europea sul copyright che danno più fastidio ai Big tech. In dettaglio si tratta dell’articolo 11 e dell’articolo 13:

  • Il pagamento di revenues agli editori è il nodo centrale dell’articolo 11 che è anche noto come “link tax”perché costringerebbe gli aggregatori di notizie e i siti di ricerca come Google a pagare gli editori per mostrare frammenti di notizie o collegarsi a notizie su altri siti. Resta fuori dalla normativa l’impiego commerciale dei link. Per quanto riguarda invece la semplice condivisione di link di articoli, con la citazione di alcune parole chiave, sarà attività esclusa dalle norme sul copyright.
  • L’articolo 13 colpisce le piattaforme come YouTube che dovrebbero pagare la licenze per i diritti dei contenuti come video musicali e, secondo gli artisti, permetterebbe loro di negoziare adeguatamente i diritti d’autore. Solo per fare un esempio, oltre 1,3 miliardi di utenti di YouTube, di proprietà di Google, guardano regolarmente video musicali, ma agli artisti vanno solo 67 centesimi per utente all’anno in royalties.
  • L’articolo 13 non viene applicato alle cosiddette enciclopedie online, come Wikipedia. Questo articolo prevede anche l’obbligo da parte dei grandi siti e social ad utilizzare tecnologie di riconoscimento dei contenuti per individuare video, musica, foto, testi e codici protetti dal copyright. Questo significa che non sono gli utenti che postano ad essere responsabili, ma chi pubblica il contenuto che assume anche compiti di “polizia” del copyright.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

Google, Facebook Inc. e altre aziende tecnologiche come YouTube che sui contenuti di proprietà di altri hanno basato gran parte delle entrate di bilancio, potrebbero presto essere obbligate a negoziare licenze per contenuti che appaiono sui loro siti e dovranno mettere in conto costi legali elevati oltre che riduzione delle revenues. L’alternativa, se non si arriva a una negoziazione di licenza con produttori di video o musica, è dover filtrare attivamente i contenuti caricati dagli utenti e che sono protetti da copyright. Questo è possibile però solo con investimenti mirati in strumenti automatizzati e di machine learning per catturare i messaggi caricati dagli utenti.

Per investire sul settore della tecnologia, la scelta più indicata è un fondo azionario tecnologia (Categoria Morningstar Azionari tecnologia) che diversifica il portafoglio in maniera globale con un sguardo attento agli Usa.

La Top 5 dei fondi azionari tecnologia che puntano sugli Usa

Prodotto Peso% UsaRendimento YTDRendimento 3y
Jpm Us Technology D (acc) - Usd90,52%32,84%17,42%
Threadneedle (lux) Global Technology Classe Au Usd86,31%12,22%14,53%
T. Franklin Technology Fund Usd Classe A (acc)84,70%26,15%17,95%
NN (L) Invest Information Technology Classe X Eur84,64%16,51%14,83%
AB SICAV I International Technology Portfolio Classe A83,83%24,76%14,76%
Nella tabella, i migliori fondi azionari tecnologia ordinati per peso % dato agli Usa in portafoglio. Fonte: Morningstar Direct. Rendimenti % in euro disponibili al 16 luglio 2018. I rendimenti a 3 anni sono annualizzati.

 

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Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

 

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