Per il 53% degli americani è Donald Trump il colpevole dello shutdown, ovvero la paralisi delle attività del governo federale che è cominciata alla mezzanotte del 21 dicembre 2018 ed è stata sancita il 3 gennaio 2019 dopo che la Camera ha approvato il budget federale 2019, ma ha bocciato il finanziamento per la costruzione di un muro di acciaio alla frontiera del Messico (costa circa 5,7 miliardi di dollari), scatenando lo stop di Trump all’approvazione in Senato. A decretarlo è un sondaggio apparso sul Washington Post che come tutti i principali media americani ha cominciato a fare i conti su quanto questo stallo, il più lungo della storia americana, possa incidere sull’economia americana. In pratica, per Trump senza muro in Messico non si sbloccherà la situazione.
Gli effetti si stanno sentendo in tutto il Paese e in molte parti degli Stati Uniti lo shutdown ha fatto emergere quanto profondamente il governo federale sia collegato alla vita di tutti i giorni e lo stallo della spesa stia creando una crisi seria che, secondo gli economisti di Bank of America Merrill Lynch potrebbe portare a un ridimensionamento delle stime di crescita americana almeno del 10%.

Ma cos’è lo shutdown? E su cosa impatta direttamente? Lo stallo delle attività riguarda oltre 800.000 lavoratori federali che da dicembre sono senza stipendio e stanno chiedendo sussidi di disoccupazione oltre a 400.000 dipendenti non critici di nove agenzie che sono stati mandati a casa senza retribuzione. Nei precedenti shutdown il Congresso ha rimborsato ai dipendenti federali gli stipendi persi, ma questa volta sembra essere diverso e per gli economisti di Deutsche Bank avrà un effetto diretto anche su Wall Street e potrebbe anche influenzare le decisioni sui tassi di interesse della Federal Reserve. Ma non solo. Gli Stati Uniti rischiano di perdere il rating a tripla AAA assegnato da Fitch entro la fine del 2019. E proprio per il protrarsi dello shutdown governativo potrebbe iniziare ad avere presto un impatto sulla capacità del Paese di approvare il budget soprattutto se lo shutdown dovesse continuare fino a marzo e il tetto sul debito diventare un problema nei mesi successivi.

Gli effetti dello shutdown sono usciti dalla cerchia ristretta del presidente Trump arrivando alla campagna agricola, la più impattata al momento, alla Nasa, agli aeroporti, al dipartimento del commercio e a Wall Street, Securities exchange commission (SEC), equivalente della nostra Consob, compresa. L’elenco delle attività paralizzate è lungo: Commercio, eccetto l’amministrazione nazionale oceanica e atmosferica, formazione scolastica, energia (le funzioni che sorvegliano la sicurezza dell’arsenale nucleare, delle dighe e delle linee di trasmissione della nazione rimangono aperte), Agenzia per la protezione ambientale, Food and Drug Administration, salute e servizi umani, edilizia abitativa e sviluppo urbano, Interni (compresi i parchi nazionali), Internal Revenue Service, ad eccezione di quelli che elaborano le dichiarazioni dei redditi, Lavoro (incluso il Bureau of Labor Statistics), NASA, Istituto Nazionale della Salute, Smithsonian. Per fare alcuni esempi pratici, gli agricoltori che avevano chiesto sussidi per fare fronte alla guerra commerciale sono al momento a bocca asciutta, i birrai artigianali non possono ottenere l’approvazione da parte dell’Agenzia per le tasse e il commercio di alcol e tabacco per le nuove etichette di birra, e le richieste di mutui finanziati a livello federale sono in ritardo o peggio ferme.

Non è la prima volta che l’amministrazione federale americana va in stallo. Vediamo cosa è accaduto nel passato:

  • L’ultima volta che si è verificato lo shutdown era il 19 gennaio 2018: il governo ha chiuso per quasi tre giorni. Lo stallo è finito perché l’amministrazione Trump ha ritirato la sua richiesta di finanziamento del muro di confine con il Messico e Trump ha accettato di continuare a fornire sussidi all’Obamacare, il sistema nazionale di sussidi sanitari.
  • Nel 2013 la chiusura del governo è iniziata il primo ottobre e il nodo era il finanziamento dell’Obamacare. Lo stallo è terminato il 17 ottobre 2013 con la riapertura del governo federale fino al 15 gennaio 2014. L’amministrazione Obama ha riferito che questo shutdown ha rallentato la crescita economica dello 0,2% ed è costata 120.000 posti di lavoro.
  • Nell’aprile del 2011 Obama ha tagliato di 80 miliardi di dollari le spese dal bilancio per l’anno fiscale 2011. In realtà, solo 38 miliardi di dollari sono stati effettivamente tagliati. Da segnalare che nel 2011 gli Stati Uniti persero la tripla A di Standard & Poor’s per le tensioni legate al tetto sul debito.
  • Negli anni 90 ci sono stati due shutdown: dal 13 novembre al 19 novembre 1995 e dal 5 dicembre 1995 al 6 gennaio 1996. Allora il presidente Bill Clinton ha promesso di tagliare i finanziamenti e introdurre un emendamento di bilancio equilibrato alla Costituzione. Ma nessun emendamento è stato approvato e lo shutdown è finito quando Repubblicani e Democratici hanno concordato di arrivare al pareggio di bilancio entro sette anni.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il mercato azionario americano è sotto pressione da un trimestre a questa parte e il rallentamento è dovuto alla frenata della tecnologia. Per Dave Lafferty, Vicepresidente senior – Chief Market Strategist di Natixis Investment Managers, il contesto economico globale del 2019 sarà caratterizzato da una decelerazione disomogenea trainata dagli Stati Uniti, che significherà un ritorno a qualcosa di più vicino al PIL potenziale a lungo termine. «Non vediamo ancora una recessione statunitense o globale nel 2019, poiché i consumi sono sostenuti da una forte tendenza occupazionale in molti Paesi, ma non si può escludere questa possibilità, ma errori politici di Trump, Xi, Powell, o della May in questa fase avanzata del ciclo potrebbero esacerbare il rallentamento in qualcosa di più problematico”». Lo shutdown così prolungato rientra nella categoria “errori” e unito all’evoluzione delle tensioni commerciali tra Usa e Cina potrebbe essere fondamentale per determinare il rallentamento negli Stati Uniti secondo l’outlook 2019 di Eoin Murray, Head of Investment di Hermes Investment Management.

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Note

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