Dall’ultimo sondaggio Bank of America Merrill Lynch è emersa chiara l’indicazione di come oltre un terzo dei gestori obbligazionari intervistati valuti con grande preoccupazione l’ondata di populismo che da Brexit in poi si è imposta come tendenza globale. Il timore dei gestori segue il filo rosso che parte da Brexit, passa per l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana e arriva fino in Europa e alle elezioni che nel 2017 sono la vera incognita economica di quest’area. Olanda, Francia, Germania da marzo a settembre sono le protagoniste della geopolitica area euro e a queste potrebbe aggiungersi in autunno inoltrato anche l’Italia.

Il rigurgito populista fa da sfondo al grande dibattito che ormai domina la scena economica e che tenta di rispondere a una domanda semplice: la globalizzazione è finita? Gli economisti mondiali si esercitano da mesi sul tema alla ricerca di una risposta e ognuno ha la sua. Per il premio Nobel indiano, Amartya Sen, il dibattito non è tra global contro no-global ma tra diversi modelli di sviluppo e diverse forme di globalizzazione che, secondo Sen, non è morta per nulla, ma va gestita conciliando povertà e ricchezza per evitare le divisioni e curare il populismo.
Angus Deaton, l’economista scozzese Nobel nel 2015 e teorico della felicità e delle diseguaglianze di reddito in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt ha dichiarato di restare un fermo sostenitore della globalizzazione e del libero scambio, ma vorrebbe vedere maggiore attenzione verso i suoi lati negativi spesso sottovalutati. “La globalizzazione e il cambiamento tecnologico sono le radici della nostra prosperità futura, sarebbe folle tornare indietro” ha detto Deaton secondo il quale per gestire il rifiuto populista delle élite e della globalizzazione, serve educazione per rendere il cambiamento che deriva dalla tecnologia meno schiacciante per le persone.

In uno scenario mondiale che sembra presentare più incognite che solide basi previsionali, Mario Deaglio, professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino, ha presentato il Rapporto sull’economia globale e l’Italia che ha per titolo “Globalizzazione addio?” che nasce dalla collaborazione fra il Centro Luigi Einaudi e Ubi banca. Il rapporto descrive come l’elezione di Donald Trump a presidente Usa, la difesa cinese della globalizzazione e della libertà di commercio come ha sostenuto il presidente cinese Xi Jinping per la prima volta presente al World economic forum di Davos  la Brexit e la linea dura adottata dal premier britannico Theresa May, siano tutti punti di discontinuità che rendono sempre più difficile fare valutazioni e stime sulla crescita mondiale. La prova è che, secondo il Rapporto Einaudi, spesso le stime sono sbagliate: nel 2010 le stime parlavano di una crescita dello sviluppo del Pil mondiale nel 2015 del 4,7%, in realtà nel 2016 la crescita è stata intorno al 3% e ora le stime parlano di Pil globale al 3,7% entro il 2021, ma potrebbero essere disattese.

IDEE DI INVESTIMENTO

L’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca ha aperto un capitolo nuovo della storia contemporanea ed è arrivato nel momento in cui gli economisti e gli strategist si interrogano sull’evoluzione della storia tra spirito innovativo della globalizzazione contro un ritorno agli orgogli e agli stretti interessi nazionali. Al di là degli aspetti economici che, in realtà, nessun esperto è davvero in grado di prevedere fino in fondo, siamo nel bel mezzo di un cambiamento sociale e culturale con pochi precedenti. Questo percorso di transizione tra vecchia e nuova globalizzazione, che durerà anni, ha un impatto diretto sui portafogli di chi investe, ecco alcune indicazioni utili:

  • Volatilità alta sulle obbligazioni globali. Secondo l’analisi sul mercato obbligazionario 2017 di Schroders sono tante e le incertezze che permangono sul fronte dei bond tra hard Brexit, l’ondata di populismo in Europa e i piani del presidente eletto Trump in materia commerciale. Per questo il contesto di investimento resta difficile, ma le correzioni di mercato potrebbero offrire opportunità di investimento secondo Credit Suisse, soprattutto nel primo trimestre.
  • Europa sotto pressione Olanda, Francia e Germania vanno alle urne nel 2017 e sono il termometro del populismo in Europa. Per il momento il mercato azionario europeo ha seguito la borsa americana dove titoli ciclici e finanziari sono in ripresa.
  • Piccolo è meglio di grande L’ondata protezionista spinge l’aumento dei profitti delle società a piccola e media capitalizzazione rende questo comparto più attraente rispetto a quello delle società a larga capitalizzazione”.
  • Oro e metalli preziosi secondo Credit Suisse beneficeranno dell’incremento del protezionismo nel commercio globale, della volatilità delle valute e del miglioramento della domanda in Asia.

Note

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