Gli analisti americani la chiamano “distruzione creativa” e succede quando un mercato che è cresciuto troppo, forse ingiustamente, corregge pesantemente lasciando sul campo società esangui, ma anche aziende più forti capaci di far guadagnare chi scommette su di loro nel momento della crisi. Questa lezione l’America l’ha imparata nel 2000, con la bolla Internet, quando chi puntò su America Online perse tutto e chi diede fiducia ad Amazon ancora oggi conta i profitti.
Questo inizio d’anno orribile per le Borse – l’indice S&P 500 che monitora le principali aziende americane da inizio anno ha perso 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione – ricorda quel periodo, con un’aggravante in più: l’economia è in stallo e non in crescita come allora.

Se i numeri non bastassero, che non sia un buon momento per l’economia lo si legge sulle facce di finanzieri, capitani d’industria e politici che in questi giorni si sono dati appuntamento a Davos, sulle alpi svizzere, all’annuale Forum economico mondiale. Sulla discesa dei mercati si sono divisi: c’è la fazione della “distruzione creativa”, che reputa il crollo una normale correzione dei mercati e vede delle opportunità; e chi, invece, teme una terza fase della grande crisi iniziata proprio negli Stati Uniti una decina di anni fa.
I mercati in caduta libera, sembrano dare retta alla seconda ipotesi e sono dentro una tempesta perfetta che sta generando una fuga di capitali dai Paesi emergenti, il rialzo del dollaro e il crollo di petrolio e materie prime.

Anche i guru della finanza si sono divisi. Per George Soros è come nel 2008 (Leggi qui l’approfondimento di Online Sim) mentre per l’economista Nouriel Roubini, protagonista a Davos, la storia non si sta ripetendo e non siamo alla vigilia di una recessione globale o di una nuova crisi finanziaria. Per Roubini, l’unico vero rischio è lo scoppio di una violenta bolla in Cina, anche perché, a differenza del 2008, oggi le banche centrali hanno sparato gran parte delle loro cartucce e potrebbero fare poco per aiutare mercati ed economia reale.

In tutto questo la vera grande protagonista di queste settimane è la volatilità e l’indice che la misura: si chiama Vix (Chicago Board Options Echange Volatilty Index) ed è salito di quasi il 16% sopra i 30 punti, oltre la media degli ultimi 10 anni che è stata pari a 20 punti.
Questi dati fanno pensare seriamente al 2008 quando il Vix, che gli americani hanno ribattezzato “indice della paura”, era abituato a salti del 20% all’insù. Ma perché questo indice è così importante? La ragione sta in cosa misura: la volatilità implicita nel prezzo delle opzioni, ovvero il prezzo che gli operatori sono stati disposti a pagare per assicurarsi la facoltà, ma non l’obbligo, di scommettere al rialzo e al ribasso sull’indice S&P500.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il comportamento delle persone in periodi di volatilità, tende ad essere dominato dalle emozioni, con effetti deleteri sulle scelte di investimento. Accade anche agli operatori che non sono immuni alle più comuni trappole emotive (Leggi qui l’approfondimento di Online Sim). Ci sono gestori che hanno scelto di usare la volatilità come strategia di gestione, mettendo in portafoglio derivati e ricorrendo ad arbitraggi, per trarre vantaggio dai movimenti ascendenti e discendenti del valore nel tempo.
Si tratta di fondi alternativi che utilizzano future proprio sull’indice Vix per coprirsi dagli alti e bassi delle Borse. Oltre ai future, tra gli strumenti più comuni che utilizzano questi gestori ci sono le obbligazioni convertibili o le opzioni per dominare le aspettative future.
Ecco i migliori fondi specializzati in questa strategia (categoria Morningstar: Alternativi Volatilità) che da inizio anno hanno saputo domare meglio la volatilità:

  • Amundi Funds Absolute Volatility World Equities Classe Su ha dominato la volatilità da inizio anno con un guadagno del 2,16% (a tre anni rende l’1,80%). Il fondo è gestito dal 2007 da Gilbert Keskin che utilizza una strategia di gestione del rischio geografica puntando su tre zone: area euro, Stati Uniti e Asia.
  • Multipartner SICAV – THE 1.2 FUND LUX EUR B che da inizio anno rende l’1,23%. Il fondo è gestito da Paolo Compagno, ex Julius Baer, che non ha fornito indicazioni sulla gestione del portafoglio.
  • New Millennium VolActive Class L EUR Acc rende lo 0,71% da inizio anno. Il fondo gestito dal Filippo Dal Canto non ha ancora un anno di vita. Utilizza obbligazioni convertibili per coprire il portafoglio che è investito in tecnologia, industria e utilities.

    Note

    Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Articolo precedente

Perché l'Iran ha ucciso il petrolio ma può dare una mano all'Italia. I fondi per investire

Articolo successivo

Un robot cambia il lavoro: come investire sulla quarta rivoluzione industriale

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *