Il dubbio è solo sul “quando”. La decisione che la Banca Centrale americana (Fed) alzi i tassi d’interesse dopo quasi sette anni di tassi è data per scontata dai gestori delle principali case di investimento. Il mercato scommette su settembre e gli analisti di Schroders hanno tracciato il quadri psicologico in cui il governatore Janet Yellen e il board della Fed si trovano: hanno timore di avviare troppo presto la stretta monetaria, facendo ricadere gli Stati Uniti nella recessione, come avvenne nel 1937, ma si ricordano di cosa accadde nel 1966, quando una politica monetaria errata fece schizzare l’inflazione.

Timori a parte, non c’è dubbio che l’economia americana sia in ripresa: il Prodotto interno lordo degli Stati Uniti è salito del 2,3% su base annuale nel corso del secondo trimestre dell’anno (+0,6% rispetto al primo trimestre 2015). Il dato, però, è stato inferiore alle attese: gli analisti si attendevano un rialzo del 2,7%. Per questo Yellen è timorosa. E la ripresa c’è anche in Gran Bretagna. Nel secondo trimestre dell’anno, il prodotto interno lordo UK è salito dello 0,7%, accelerando il passo rispetto all’incremento dello 0,4% dei primi tre mesi del 2015. Si tratta del decimo trimestre consecutivo di crescita per la congiuntura britannica.

Insomma, secondo i calcoli di Schroders, la crescita del Pil di Usa e Uk e l’inizio delle prime pressioni inflazionistiche, spingeranno la Fed ad alzare i tassi a settembre e la Bank of England seguirà entro febbraio del 2016. Questo scenario porta a considerare un rischio nascente sui mercati emergenti, data la loro dipendenza dal dollaro e dai capitali che provengono dall’America.

Quali possono essere le conseguenze? E quali mercati emergenti possono soffrire di più in questa fase? I gestori hanno già cominciato a fare i conti. Ecco le cinque cose da sapere secondo gli studi elaborati dal team Multi-Asset Investments di Schroders e da Amundi.

  1. La dipendenza dal dollaro è ancora forte in Asia e America Latina. Le emissioni lorde di debito pubblico degli Emergenti in Asia e America Latina è diminuita dopo la crisi finanziaria asiatica di fine anni ‘90. Ma anche se la dipendenza dal debito estero è diminuita, andando a guardare nel dettaglio delle valute di denominazione di tale debito ora è maggiore la concentrazione sul dollaro americano, rispetto ad alternative come lo yen, l’euro o la sterlina.
    Secondo i calcoli di Schroders, più del 70% del debito pubblico estero in Asia e America Latina è denominato in dollari Usa, mentre i mercati emergenti in Europa hanno un debito estero superiore in rapporto al PIL, ma con una dipendenza dal dollaro minore.
  2. Turchia e Sud Africa i più esposti. Osservando le principali economie all’interno degli Emergenti, la Turchia e il Sud Africa sono, secondo Schroders, i più esposti a una potenziale fuga della liquidità estera a causa delle loro riserve in valuta relativamente basse, a bilanci delle partite correnti in deficit e alle grandi somme di debito estero in scadenza. L’analisi è la stessa per Amundi: il Sud Africa è il Paese più vulnerabile a uno shock esterno, seguito da Turchia.
  3. Ma non è finita: la Malesia, l’Indonesia e il Messico sono diventati più vulnerabili, mentre il Brasile e l’India hanno registrato alcuni miglioramenti, secondo Schroders. Sul Brasile però non concorda Amundi che vede nello scandalo Petrobras, la più grande azienda petrolifera pubblica, nel peggioramento del deficit fiscale e nell’aumento dell’inflazioni tre fattori di rischio importanti per il Paese guidato da Dilma Roussef.
  4. Al di là della mappa geografica del rischio, tassi d’interesse americani più alti potenziano l’attrattività relativa dei rendimenti dei titoli di Stato americani e rendono i Mercati Emergenti vulnerabili alla fuga dei capitali degli investitori stranieri a caccia di “yield” più elevati.
  5. Il rialzo dei tassi ha poi un effetto diretto sui portafogli dei fondi investiti ne mercati emergenti. Secondo l’analisi di Schroders, alcuni dei Paesi più vulnerabili alla manovra della Fed sono tra i più sovrappesati nei portafogli Emergenti globali, in particolare l’India, il Brasile e in misura ridotta la Turchia. Ciò potrebbe provocare forti vendite negative e incidere sulle quotazioni.

    Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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