Per arrivare a un valore di 60 dollari al barile bisognerà aspettare la fine del 2017, ma è una quotazione possibile per il petrolio secondo gli analisti di Goldman Sachs che per primi avevano ipotizzato un ritorno a 50 dollari, cambiando la propria visione da ribassista a rialzista a maggio 2016. L’andamento del greggio è il vero grande protagonista dell’estate 2016 con un rally a due cifre ad agosto e anche se la banca d’affari americana si mantiene molto cauta sulle previsioni, continua ad essere positivo il giudizio. La ragione? Secondo Goldman Sachs, sono i due i fattori che sostengono il prezzo: lo smaltimento delle scorte avverrà in modo estremamente graduale, e un surplus di offerta potrebbe ricomparire nel primo trimestre del 2017, perché i produttori a basso costo continueranno ad aumentare la produzione.
Eppure, nell’ultimo rapporto mensile l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) aveva affermato che le scorte globali sarebbero calate di un milione di barili al giorno tra luglio e settembre. E su questa previsione all’inizio di agosto gli analisti erano tornati bearish, ovvero ribassisti, sul prezzo del petrolio , secondo un sondaggio del Wall Street Journal condotto su 13 banche di investimento globali: in media la previsione è di 56 dollari al barile entro il 2017, in discesa rispetto ai 57 dollari ipotizzati dallo stesso sondaggio effettuato a giugno 2016. Ma con una certezza: 50 dollari al barile è il valore di perfetto equilibrio tra domanda e offerta.
Nell’estate del 2015 le stesse banche di investimento avevano previsto che il petrolio sarebbe potuto salire fino a 70 dollari al barile entro il 2016. Adesso, in pieno rally, sono molto più caute e ipotizzano che 50 dollari sia il prezzo giusto per tutto il 2016 con un rialzo possibile a 60 dollari entro il 2017. Del resto, prevedere l’andamento del barile è diventato un esercizio difficile anche per i gestori che sono abituati a puntare sui prezzi. La prova? Alla fine di luglio, gli hedge fund e altri investitori speculativi hanno ridotto le loro scommesse al rialzo sul Brent al livello più basso da inizio anno, secondo un’analisi di Intercontinental Exchange, sbagliando evidentemente.

Gli hedge fund non credono al rialzo del petrolio

La presa di posizione degli hedge fund è il segnale di un “sentiment”, ovvero di un umore, negativo sul mercato nei confronti del petrolio che non è stato sconfitto da tre settimane di rally estivo e raggiunge il picco del pessimismo nelle previsioni degli analisti di Morgan Stanley che ipotizzano ancora una discesa dei prezzi fino ai 35 dollari, che potrebbero diventare 30 dollari se arrivassero cattive notizie sui fondamentali dell’economia globale. La ragione? Per la banca d’affari americana sono due i fattori chiave: un recupero della produzione in Libia, che è considerata probabile, e l’ipotesi di un netto peggioramento della domanda sulla base del rallentamento della crescita globale.
Una risposta alle domande di rialzisti e ribassisti è attesa a fine settembre al vertice informale dei Paesi Opec di Algeri (26-28 settembre). L’incontro è previsto all’interno dell’International Energy Forum ed è stato promosso dal Venezuela che insieme con Kuwait e Iraq è uno dei Paesi fondatori Opec più pesanti e sta attraversando un momento molto delicato e punta a rilanciare il prezzo del greggio. Ma questo non è l’unico appuntamento chiave dell’autunno per capire dove può arrivare l’oro nero. Subito dopo Algeri, a ottobre, è atteso un vertice a Vienna tra i rappresentanti dell’Opec e la Russia, un giocatore fondamentale nello scacchiere petrolifero mondiale insieme con l’Arabia Saudita, vera padrona dell’Opec anche se il Paese vuole uscire dalla dipendenza economica da petrolio. E proprio in vista del vertice di Vienna il Governo russo ha deciso di rimandare la privatizzazione del colosso degli idrocarburi Bashneft di cui detiene il 50,1%. E sarebbero proprio le prove di intesa tra Russia e Arabia Saudita ad aver contribuito a invertire la rotta dei prezzi del greggio che erano crollati sotto i 40 dollari ai primi di agosto, facendoli tornare a 50 dollari con un rialzo di oltre il 30%.

IDEE DI INVESTIMENTO

Il fallimento del vertice di Doha ad aprile 2016 che doveva portare a un accordo tra i maggiori produttori di petrolio per mettere un tetto alla produzione di greggio e far ripartire le quotazioni è stato il punto di svolta per le quotazioni del greggio nel corso dell’anno. Da allora il prezzo è sceso per poi riprendersi solo ad inizio agosto. Solo gli analisti di Sanford C. Bernstein & Co avevano trovato dopo Doha un risvolto positivo: la crescente domanda di greggio avrebbe potuto comunque innescare un nuovo super ciclo dell’oro per i prossimi dieci anni. Per chi sa aspettare il tema può essere cavalcato in chiave di investimento.

Ecco i fattori chiave che hanno influenzato e influenzano il prezzo del petrolio in questa fase di mercato:

  • I movimenti delle quotazioni sono stati alimentati dalla paura per l’eccesso di offerta, dal rallentamento economico della Cina anche se la domanda di greggio da parte del Paese asiatico è in ripresa.
  • Il mercato petrolifero nel complesso è ancora lontano dal risolvere il problema delle immense giacenze accumulate negli ultimi due anni.
  • Il surplus di offerta stenta a ridursi, con Arabia Saudita e Iran che da soli hanno aggiunto un milione di barili al giorno sul mercato da inizio anno.
  • La riduzione delle scorte al momento è legata anche alle minori forniture dalla Nigeria, dove gli attentati hanno ridotto la produzione.

    Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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