Nelle Bibbia dopo sette di vacche grasse seguono sette anni di carestia. Per il settore della finanza, e delle banche in particolare, la carestia è cominciata una decina di anni fa. Esattamente nel febbraio 2007 scoppiava in America lo scandalo dei mutui subprime che ha travolto prima le banche americane e subito dopo quelle europee. Poi sono arrivati i salvataggi da parte dei governi e sono cominciati anni di discussione sulle nuove regole da applicare al mercato, anni di licenziamenti di massa e di trimestri e trimestri di risultati negativi. Questo periodo è storia. Perché il 2017 è, secondo gli analisti di Bloomberg, l’anno della svolta che, in parte è già cominciata alla metà del 2016.

La prova è che negli ultimi sei mesi l’indice FTSE dei titoli bancari a livello globale è balzato del 24%. E sono proprio le banche americane che hanno aperto la strada al rialzo: Bank of America è cresciuta del 67%, JPMorgan Chase del 39%. In Europa a dare i primi segnali di svolta è stata BNP Paribas che ha aumentato il suo valore di mercato del 52% da giugno a dicembre 2016 e in Giappone Mitsubishi UFJ Group, una delle banche più patrimonializzate del mondo, che è salita dl 57%. Tanto che Ubs nel suo outlook 2017 ha alzato le stime sugli utili solo di tre settori: le compagnie minerarie, i produttori di auto e, appunto, le banche.

Come si spiega tanto ottimismo? Per gli analisti di Deloitte, le banche sono sotto l’effetto delle  3R intese come Rates, Regulation e Return, ovvero tassi di interesse, nuove regole, e profitti. Tra il 2010 e il 2015, il margine di interesse delle 100 banche più grandi banche del mondo ricco è sceso di circa 100 miliardi di dollari, quasi la metà dei profitti 2010. Ora che i tassi di interesse, americani in testa, sono in ascesa, le banche hanno la possibilità di espandere i margini di interesse su mutui e conti correnti recuperando i profitti. Ma a spingere le banche potrebbe essere l’effetto della deregulation su cui punta il presidente Donald Trump e, in particolare, la legge Dodd-Frank, 848 pagine in vigore dal 2010 che secondo l’analisi di Kurt Feuerman, CIO, Select US Equity Portfolios di AB-AllianceBernstein probabilmente non sarà abrogata entro breve. “Ci aspettiamo che Washington avvii un programma graduale di politiche a favore del settore bancario per dissipare il clima ostile che attualmente lo circonda” ha detto il gestore. Su questo punto ci concentra la società di consulenza Pwc, secondo la quale le piccole banche saranno avvantaggiate più delle grandi dalla deregulation.

Rialzo dei tassi d’interesse e graduale irripidimento delle curve obbligazionarie aiutano i profitti delle banche” ha detto Fabrizio Santin, Portfolio Manager di Pictet Asset Management. “In questo periodo l’attenzione è riposta sulle trimestrali delle grandi banche USA: buoni i risultati ottenuti fino ad ora, anche se la reazione dei mercati azionari è stata improntata ai realizzi, probabilmente a causa del fatto che la posizione lunga sulle banche è stato uno dei migliori nel corso del quarto trimestre 2016”. Il settore bancario, secondo Pictet offre comunque valutazioni ancora interessanti (P/B del settore finanziario globale 1,1) e potrebbe risultare uno dei comparti vincenti se taglio delle tasse per le imprese e deregulation dovessero concretizzarsi.

 

Banche: pagamenti digitali e robo advisory sono settori chiave

In Europa, invece, le nuove regole, vanno sotto il nome di Basilea 4 ed è improbabile che venga richiesto un ulteriore sforzo alle banche in termini di rafforzamento del capitale. Così si arriva alla terza R, quella del return, che vede le banche più forti anche più propense alla distribuzione di dividendi e buy-back, e meno orientate ad accumulare capitale. Un esempio? L’americana Citigroup, che  è la più rivelante in termini di rischio sistemico, ora ha tre volte più capitale di quanto fossero le perdite accumulate tra il 2008 e il 2010 e le banche americane in media hanno incamerato 1,2 trilioni di dollari di capitale in più rispetto al 2007. Ma non solo. Secondo i calcoli di Bloomberg, le riserve di capitale delle banche europee sono aumentati del 50% dal 2007 a 1,3 trilioni di dollari. Già adesso, secondo i calcoli di Bloomberg, le prime 100 banche più ricche nel mondo pagano circa il 40% dei loro profitti in dividendi e il ritorno economico del capitale proprio delle banche a livello globale (ROE) è di circa il 10%.

Un altro motivo di ottimismo e insieme di stimolo arriva dal fintech. Le start-up che utilizzano la tecnologia per competere con le banche finora non hanno conquistato una quota di mercato significativa, mentre le banche tradizionali hanno utilizzato la tecnologia per aumentare la proprie efficienza, secondo Deloitte. Ed è proprio a tecnologia una delle basi su cui le banche possono costruire una strategia di sviluppo post crisi. Non ci sono dubbi, infatti, che esitano ancora diversi istituti di credito deboli che potrebbero far ripiombare il settore nel caos. Deutsche Bank, alcuni istituti di credito italiani e due giganti dei mutui statali, come Fannie Mae e Freddie Mac, per esempio. Secondo gli analisti di Deloitte serve un piano post-crisi al di là di riduzione dei costi. La buona notizia è che i tassi di interesse dovrebbero continuare a salire leggermente e la maggior parte dei grandi istituti finanziari hanno già imboccato la strada ella trasformazione digitale per diventare più agili, investire sul talento e ripensare la cultura bancaria.

Non c’è dubbio però che la tecnologia stia abbassando le barriere all’entrata che finora hanno protetto le grandi istituzioni finanziarie dalla nuova concorrenza. Deloitte vede in questa trasformazione una opportunità per le banche di cambiare il rapporto con il cliente: pagamenti digitali sempre più evoluti e robo advisor sono i due settori chiave del fintech per il 2017 su banche, compagnie di assicurazione, e gestori patrimoniali tradizionali si misureranno in innovazione.

Per Martin Gilbert, Chief Executive and Co-founder di Aberdeen AM, la disruption, ovvero la discontinuità che il fintech ha portato ai vari settori dell’economia è positiva anche per l’industria dell’asset management che sta cambiando. “Le strategie passive offrono investimenti molto più convenienti rispetto alla tradizionale gestione attiva. Questo ha portato a previsioni che indicano come finiti i giorni della gestione attiva” ha detto Gilbert. “Ma la gestione attiva non è morta. Quando è ben fatta produce rendimenti extra rispetto a quanto siano in grado di fare le strategie passive, e questo ha un costo”. Il futuro per Gilbert non è mai bianco o nero. “La realtà è che la nuova tecnologia online è un’opportunità per i consulenti per offrire qualcosa di più interessante ai clienti. La tecnologia può aggiungersi, piuttosto che sottrarre, a quello che possono offrire” ha detto il manager di Aberdeen.

 

IDEE DI INVESTIMENTO

L’Internet delle cose (IOT) può dare la spinta decisiva alla ripresa del settore finanziario nel 2017. La concorrenza digitale, infatti, è sempre più agguerrita. Lo dimostra un sondaggio della società di consulenza Accenture secondo cui un cliente bancario e assicurativo su tre a livello mondiale prenderebbe in considerazione il passaggio del proprio conto ai servizi finanziari offerti da Google, Amazon o Facebook, se i giganti della Silicon Valley li offrissero. Il sondaggio è stato condotto in 18 Paesi tra i consumatori di banche e compagnie di assicurazione chiedendo se fossero interessati a servizi finanziari offerti da robo advisor, oppure alimentati da software a intelligenza artificiale e che peso dovrebbe avere l’intervento umano. Il risultato? In Brasile, il 50% degli intervistati ha dichiarato che sarebbe disposto a lasciare la propria banca e assicurazione tradizionale per una tecnologica, seguono Indonesia e Italia, rispettivamente con il 47% e il 42% degli intervistati.
Secondo il sondaggio di Accenture, il 31% degli intervistati a livello globale sarebbe disposto a diventare un cliente bancario di Google, Amazon o Facebook. La percentuale scende al 29% se si passa al settore assicurativo. Quando si trattava di specifici servizi, più di sette intervistati su 10 userebbero robo advisors per capire che tipo di conto bancario aprire, e quasi quattro su cinque li utilizzerebbe per investire. Ma per gestire i reclami il 68% degli intervistati non vuole un robot, soprattutto se si tratta di mutui.

Ecco i migliori fondi azionari globali per rendimento a 1 anno specializzati sul settore finanza:

  • NN (L) Invest Banking & Insurance Classe X Eur rende il 29,83% da gennaio 2016 a gennaio 2017 (+11,41% a tre anni). Gestito da Pieter Schop investe Possono nel settore bancario, del credito al consumo, dell’investment banking e del brokeraggio, delle gestioni patrimoniali e assicurativo. Il 45% è investito in America, mentre l’11% è in Europa e l’11% in Canada.
    NN (L) Invest Banking & Insurance Classe X Eur rende il 29,83% da gennaio 2016 a gennaio 2017. Fonte: Morningstar.
    NN (L) Invest Banking & Insurance Classe X Eur rende il 29,83% da gennaio 2016 a gennaio 2017. Fonte: Morningstar.

     

  • Parvest Equity World Finance N-Capitalisation da gennaio 201 a gennaio 2017 rende il 29,01%. Il fondo, che non ha ancora tre anni di vita, è gestito da Geoffry Dailey che investe almeno i due terzi del portafoglio nel settore finanziario. Il 53,6% del portafoglio è su titoli americani, il 12% su azioni area euro.
    Parvest Equity World Finance N-Capitalisation da gennaio 201 a gennaio 2017 rende il 29,01%. Fonte: Monrnigstar.
    Parvest Equity World Finance N-Capitalisation da gennaio 201 a gennaio 2017 rende il 29,01%. Fonte: Monrnigstar.

     

  • Bgf World Financials Fund Usd Classe E2 rende il 28,96% da gennaio 2016 a gennaio 2017 (+8,17% a tre anni). Gestito da Vasco Moreno investe a livello mondiale almeno il 70% del patrimonio in azioni di società operanti prevalentemente nel settore dei servizi finanziari. Il 51% del portafoglio è investito in America, mentre il 23,3% è in Europa.

    Bgf World Financials Fund Usd Classe E2 rende il 28,96% da gennaio 2016 a gennaio 2017. Fonte: Morningstar.
    Bgf World Financials Fund Usd Classe E2 rende il 28,96% da gennaio 2016 a gennaio 2017. Fonte: Morningstar.

Note

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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