Per ora lo scontro è solo a parole, ma cresce sempre di più la tensione di quella che ormai è una vera e propria guerra del petrolio che vede da una parte Gran Bretagna e Usa e dall’altra l’Iran che cerca l’appoggio della Cina per le sue petroliere. Lo stretto di Hormuz, alla foce del Golfo Persico, crocevia delle navi che trasportano greggio – da qui passa il 30% del petrolio mondiale –  è il teatro dello scontro tra il fronte occidentale, che prende le parti delle navi del Regno Unito, e gli Usa che continuano a mandare messaggi minacciosi all’Iran in un gioco di botta e risposta a colpi anche di tweet tra un annuncio di rafforzamento del contingente militare americano in Arabia Saudita e l’intensificazione dei pattugliamenti aerei sul Golfo.

Londra è pronta a reagire se l’Iran non dimostrerà con azioni concrete, e non solo a parole, di abbandonare una strada pericolosa, ribadendo che le navi britanniche viaggeranno protette nel Golfo, anche se per il momento eviteranno la rotta di Hormuz. L’Iran non ha intenzione però di interrompere il braccio di ferro che è anche un messaggio chiaro contro le sanzioni Usa. Per questo si potrebbe arrivare a chiudere lo stretto di Hormuz, con un rischio geopolitico al momento sottovalutato dal mercato, secondo Nitesh Shah, Director Research di WisdomTree, che potrebbe risultare però vantaggioso per una strategia di investimento long sul Brent che potrebbe arrivare a 75 dollari entro dicembre 2019 (contro i 65 dollari attuali). Che il rischio sia sottovalutato lo si vede dai prezzi del greggio: nonostante un terzo del petrolio e dei carburanti marittimi globali passi attraverso lo stretto di Hormuz, a sorpresa i prezzi del greggio sono in calo di circa il 26% rispetto ai massimi di ottobre 2018, poco prima che le ostilità cominciassero.

Secondo un’analisi degli economisti di Bloomberg, la stabilità dei prezzi del petrolio è una circostanza fortunata per il presidente Donald Trump che è riuscito a sanzionare l’Iran senza provocare un aumento dei costi della benzina. Una fortuna non da poco alla vigilia della lunga corsa elettorale verso le elezioni presidenziali americane del 2020. Ma è anche un vantaggio per l’economia globale, che beneficia di una fornitura di greggio a prezzi accessibili. Uno choc dei prezzi del petrolio è sempre stato in passato la causa di recessioni economiche globali. Ora questa calma piatta del prezzo del barile che oscilla tra i 60 e i 65 dollari  dall’inizio delle tensioni a Hormuz, è un quesito per cui gli analisti cercano nella storia una risposta.

La Guerra del Golfo della fine degli anni ’80, che era partita da una dinamica molto simile a quella odierna, insegna che quando le tensioni nel Medio Oriente salgono allo stesso modo sale il prezzo del greggio. Ma questa estate, i fondamentali della domanda e dell’offerta stanno avendo un impatto maggiore sul mercato rispetto alle tensioni Golfo. La ragione? La crescita della domanda globale è stata la più lenta dal 2011 e nel primo trimestre 2019 ha continuato a essere debole, quindi c’è poco rischio di carenza anche se ci fosse una temporanea interruzione delle forniture nel Golfo. Per questo, secondo un’analisi di Capital Bain, il prezzo del petrolio indica che oggi c’è un surplus e non una carenza e che, addirittura, i prezzi del greggio sarebbero persino più bassi se non fosse ci fosse il conflitto del Golfo. La prova del surplus arriva anche dalle previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia: le forniture globali di petrolio aumenteranno molto più della domanda nel 2020, a causa del boom della produzione americana di scisto. E l’OPEC ha stimato che la quantità di greggio richiesta dai Paese non OPEC crollerà nel 2020.

IDEE DI INVESTIMENTO

Sebbene non ci siano previsioni così estreme come una crisi finanziaria e la domanda di petrolio stia crescendo più lentamente dell’offerta, la variabile greggio è sempre da tenere in considerazione nella costruzione di un portafoglio di investimento ben diversificato con una maggiore attenzione alla componente azionaria che è più sensibile rispetto a quella obbligazionaria. Secondo Morgan Stanley l’aumento delle tensioni commerciali e un più forte rallentamento economico insieme con la caduta della domanda di petrolio porterà a una riduzione dei prezzi del petrolio da qui a fine anno. Per questo Morgan Stanley ha rivisto al ribasso le previsioni sul prezzo del barile per tutto il 2019 dai 59 dollari ipotizzati a gennaio ai 50 dollari di luglio 2019. Anche JP Morgan ha ridimensionato le sue previsioni per il petrolio, prevedendo per i prezzi globali del Brent una media di 64 dollari al barile nel 2020.

In queste fasi di mercato, è bene riconsiderare la propria asset allocation sempre in coerenza con gli obiettivi e la durata dell’investimento.

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Note

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