In questo luglio afoso i listini si sono mossi complessivamente bene, anche se è evidente un rallentamento dell’andamento espansivo che sta caratterizzando i mercati da inizio anno. La medaglia d’oro va alla Turchia, che avanza di circa il 7%. I mercati Usa hanno portato a casa dei buoni risultati, soprattutto grazie ai titoli tecnologici. Molto bene Londra, che con la nomina del nuovo premier beneficia della parziale uscita dal forte clima di incertezza sulla Brexit. L’Italia non delude e sovraperforma la maggior parte delle altre piazze Europee con performance poco superiori al 2%. Ad avere la peggio sono le borse asiatiche, Giappone escluso. Il Sensex cede oltre 4 punti percentuali, mentre gli altri indici di mercato si muovono tra la parità ed il -2%. Qualche sofferenza anche su Mosca.

Il risparmio gestito con specificazioni geografiche si fa valere e coglie adeguatamente i movimenti del mercato con ritorni mediamente superiori ai benchmark. Le società ad alta capitalizzazione hanno generato maggiore performance rispetto alle small cap.
Dall’analisi settoriale emerge il proseguimento del rally dell’oro, anche se lievemente ridimensionato rispetto al mese precedente. Dopo aver toccato i 1450 dollari l’oncia, i massimi dal 2013, ha chiuso il mese attorno ai 1430. Interessanti anche i livelli sul petrolio, che sta disegnando un ampio triangolo ed è prossimo al vertice collocato nell’area dei 65 dollari al barile.

Grandi soddisfazioni arrivano dagli asset obbligazionari, maggiori rispetto al mese precedente. Nonostante la flessione della moneta unica contro tutte le altre principali valute, ad esclusione della sterlina, le performance in euro della quasi totalità degli indici obbligazionari evidenzia variazioni positive. A sovraperformare troviamo i bond Usa e cinesi, soprattutto se convertibili. Non si rilevano differenze degne di nota tra investment grade e high yield, ed anche la duration non sembra influenzare più di tanto la dispersione dei risultati.

Quello che emerge quindi dall’analisi di breve e medio periodo è un’impostazione solida dei mercati, coerente con lo scenario di lungo periodo. I dati macro, invece, non sono uniformemente buoni. Dagli indici sulla fiducia emerge che è in particolare l’economia tedesca, locomotiva d’Europa, a deludere le attese. I dati contribuiscono a spiegare il recente intervento della Bce, il terzultimo presieduto da Draghi. La Banca Centrale Europea ha infatti annunciato in via ufficiale che lascerà i tassi ai livelli attuali o inferiori fino almeno alla prima metà del 2020 e comunque per tutto il periodo di tempo necessario per far risalire l’inflazione. Si aprono quindi le porte ad un taglio e settembre sembra ora il mese più gettonato.

Questi giorni sono densi di eventi per le banche centrali. Oltre alla Bce, anche la Bank of Japan ha confermato di essere pronta ad un’operazione di ulteriore allentamento “senza esitazioni” se l’economia invierà segnali di rallentamento o perdesse slancio per raggiungere l’obiettivo di inflazione del 2%. I mercati hanno reagito acquistano i decennali giapponesi, i governativi a lungo termine Usa e vendendo la sterlina.
Dopo il taglio dei tassi della Fed che era ampiamente atteso – 25 punti base, la metà di quello che ci si aspettava fino a metà giugno – in calendario è da segnare il consueto appuntamento a Jackson Hole di fine agosto.

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