Uber è diventata la start up più finanziata al mondo e ha portato dalla sua parte la Commissione europea, diventando il baluardo delle altre piattaforme che offrono servizi online, contro le lobby dei servizi tradizionali. Nelle casse della società di San Francisco sono entrati 3,5 miliardi di dollari investiti dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita. Si tratta del maggior fundraising mai effettuato negli Stati Uniti da una società sostenuta da operatori del venture capital. La partecipazione del fondo pubblico guidato dal principe trentenne Mohammed bin Salman, che sta traghettando il Paese arabo verso un’economia non oil, porta a 5 miliardi di dollari l’intera raccolta di Uber.

Per Travis Kalanick, 39 anni, Ceo e fondatore con Garret Camp, 37 anni, di Uber è la consacrazione di un’idea lanciata sul mercato nel 2010. Alla base c’è l’Übermensch, il superuomo teorizzato dal filosofo Friedrich Nietzsche che supera le convenzioni etiche e afferma la sua volontà di potenza, da cui i due giovani imprenditori della Silicon Valley hanno preso il nome per la loro società di trasporti che deve spezzare la lobby dei taxi.  La vittoria è economica: con il suo investimento il fondo pubblico arabo ha valutato Uber circa 68 miliardi di dollari, ovvero quasi 20 miliardi in più dell’attuale valore di General Motors, il maggior produttore automobilistico degli Stati Uniti.

È la consacrazione della sharing economy, economia della condivisione, che in molti chiamano anche Gig economy, economia dei lavoretti, e in America sta creando nuovi posti di lavoro, diversi dal passato. Uber è l’esempio tipo: la piattaforma a Los Angeles e San Francisco, per esempio, ha già superato i taxi nell’uso comune, sono già 450 mila gli autisti Uber che circolano in America e il loro numero raddoppia ogni 6 mesi. Ma il dato più interessante, secondo l’analisi di Alan B. Krueger, fondatore del Princeton University Survey Research Center, ex consulente economico del presidente Barack Obama, è che il 61% degli autisti Uber ha un lavoro e più del 50% presta la propria auto e il proprio tempo a Uber solo per 15 ore a settimana.

Sharing economy: l’Ue sblocca il mercato con nuove regole

In Europa le cose marciano più lentamente per la sharing economy. Ma l’assist arrivato dalla Commissione Ue con nuove linee guida potrebbero dare una spinta decisiva a società come Uber e Airbnb. Cosa ha deciso l’Ue? Il divieto totale di queste App è consentito solo come “misura estrema”, inoltre c’è la richiesta di distinguere tra chi mette a disposizione la propria auto o casa occasionalmente, solo per arrotondare, da chi invece lo fa a tempo pieno e di mestiere. Adesso spetta agli stati membri decidere quando e come adeguare la legislazione nazionale, perché le indicazioni di Bruxelles sono generali e non giuridicamente vincolanti, anche se sono sufficienti per aprire una procedura d’infrazione. Per Uber è una vittoria, perché da tempo l’azienda di San Francisco faceva pressione su Bruxelles chiedendo regole certe dopo aver inviato 4 ricorsi, due contro la Francia, uno contro la Germania e uno contro la Spagna, per aver messo completamente fuori legge la sua App. Le proposte fatte dalla Commissione europea sono in linea con quelle che aveva fatto l’Autorità dei trasporti in Italia. Ecco i punti chiave delle nuove regole Ue:

  • La Commissione Ue ha chiesto ai Paesi membri di distinguere tra attività prevalente e attività marginale, ovvero di definire se chi presta l’auto a Uber o affitta casa lo fa come attività di lavoro principale o solo accessoria.
  • La Commissione Ue ha suggerito ai Paesi membri dell’Ue di stabilire soglie minime sotto cui un’attività economica possa essere considerata un’attività non professionale tra pari senza dover rispettare gli stessi requisiti applicabili a un fornitore di servizi che opera su base professionale.
  • La Commissione Ue ha suggerito come criterio base per stabilire la natura dell’attività il reddito che si ricava da queste attività, oppure il numero di giorni in cui si esercitano.
  • La Commissione Ue ha poi stabilito che se c’è un rapporto di lavoro subordinato, per cui chi fornisce il servizio è dipendente, si deve applicare in pieno la legislazione in vigore su licenze, tassazione, responsabilità, diritti sociali.

IDEE DI INVESTIMENTO

L’ingresso del fondo sovrano arabo nel capitale di Uber è solo l’ultima operazione importante nel segmento del ride-hailing, ovvero il trasporto a chiamata, il più promettente comparto della sharing economy al momento. La società californiana ha ora in cassa più di 11 miliardi di dollari di liquidità disponibile dopo solo sei anni di vita. Del resto ampliare le attività a livello internazionale e affrontare una concorrenza agguerrita in particolare in Cina necessita di liquidità. In Cina c’è Didi Chuxing, società leader del settore, che ha raccolto la fiducia e il denaro, quasi 5 miliardi di dollari, da investitori come Apple, Tencent e Alibaba. La Cina, infatti, è la nuova frontiera di mercato per questi servizi e la stessa Uber ha raccolto per UberChina 1,2 miliardi da investitori come Baidu e Guangzhou Automobile Group. Poi c’è il Medio Oriente che, però, è un mercato ancora piccolo. E che il comparto del trasporto a chiamata sia un business profittevole lo dimostra il fatto che anche aziende “tradizionali” abbiamo voluto essere della partita. Toyota, per esempio, ha investito proprio su Uber nel quadro di un’alleanza strategica di ampio respiro, Apple ha scommesso 1 miliardo di dollari sulla cinese Didi Chuxing Technology, Volkswagen ha speso 300 milioni sull’israeliana Gett, General Motors ha puntato su Lyft, altra start up americana, che proprio dopo l’alleanza con Gm ha cominciato i primi test di guida senza pilota. Per puntare sulla sharing economy, una buona scelta sono i fondi azionari che hanno puntato su tecnologia e beni di consumo.

Secondo una ricerca di portafoglio mirata fatta con Morningstar Direct i fondi azionari che sono più esposti su titoli che investono sulla sharing economy (Apple, Baidu, Alibaba, Toyota, Tencent) sono:

  • Fidelity Funds – Target™ 2020 Fund A-USD, un fondo flessibile con obiettivo 2020 (+11% a tre anni);
  • Threadneedle Glbl Extnd Alpha Net 2 EUR, un azionario internazionale che investe in società a brande capitalizzazione (+13% a tre anni)
  • Wellington Multi-Asset Absolute Return Fund D USD Acc Unhedged, un fondo alternativo multistrategy che non ha ancora un anno di vita.

Una buona scelta sono anche i fondi azionari che investono direttamente sulla tecnologia e sull’evoluzione dei consumi.

 

Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

E' responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content. Ha seguito per anni il settore del risparmio gestito prima come caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vice caporedattore di Panorama Economy (gruppo Mondadori). E' stata chief content web manager di News 3.0.

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