Dieci anni dopo il referendum che il 23 giugno 2016 sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la domanda resta aperta: chi ha vinto davvero con la Brexit? La risposta dipende dal punto di vista. Sul piano politico, il Regno Unito ha ottenuto ciò che i sostenitori del Leave chiedevano: il controllo della politica commerciale, delle regole sull’immigrazione e di una parte della regolamentazione economica. Sul piano economico, però, il bilancio appare molto più sfumato.

I numeri mostrano che Londra non ha vissuto il collasso previsto dagli scenari più pessimisti del 2016, ma nemmeno il rilancio promesso dai sostenitori della Brexit. Nel frattempo, l’Unione Europea, che molti immaginavano indebolita dall’uscita britannica, è rimasta compatta, ha attraversato pandemia, guerra in Ucraina e crisi energetica senza disgregarsi e oggi continua a rappresentare il principale mercato di riferimento per le imprese britanniche. Per gli investitori, il decennale della Brexit offre soprattutto una lezione: i costi economici della frammentazione commerciale sono più facili da misurare dei benefici politici.

Brexit a dieci anni: il confronto tra economia britannica ed europea

Nel 2016 i sostenitori del Leave promettevano un Regno Unito più libero, più competitivo e capace di crescere grazie a nuovi accordi commerciali globali. Dieci anni dopo, il quadro appare diverso. In particolare:

  • Secondo la maggior parte degli studi economici, l’economia britannica risulta oggi tra il 3% e l’8% più piccola rispetto a quanto sarebbe stata senza Brexit. Alcune stime del National Bureau of Economic Research arrivano a indicare una perdita del 6-8% del reddito pro capite. Bloomberg Economics calcola un impatto già compreso tra il 2% e il 4% del PIL.
  • L’Unione Europea, invece, non solo non si è indebolita dopo l’uscita britannica, ma ha rafforzato il proprio peso geopolitico attraverso programmi industriali, investimenti nella transizione energetica e nuove politiche commerciali.

Per questo motivo, osservando il confronto tra le due economie, il bilancio appare meno favorevole a Londra di quanto molti sostenitori della Brexit immaginassero.

Il commercio racconta chi ha perso di più

Il commercio è probabilmente l’area in cui l’effetto Brexit emerge con maggiore chiarezza. Alcuni punti chiave:

  • Nel 2025 le esportazioni britanniche verso l’Unione Europea risultavano inferiori del 14% rispetto al 2019, mentre le importazioni erano diminuite del 10%. Secondo il National Institute of Economic and Social Research, il commercio con l’Ue è oggi circa il 16% inferiore rispetto a quanto sarebbe stato seguendo il trend pre-Brexit.
  • Il dato più significativo riguarda però le imprese. Tra il 2019 e il 2023 circa 16.400 aziende britanniche hanno smesso completamente di esportare verso l’Unione Europea. Le più colpite sono state le piccole e medie imprese, che hanno dovuto affrontare nuovi costi amministrativi, certificazioni e procedure doganali.
  • L’Ue ha perso un importante contributore economico e finanziario, ma il Regno Unito ha perso l’accesso senza attriti al più grande mercato del mondo sviluppato situato a poche decine di chilometri dalle sue coste.

La sorpresa dei servizi finanziari

Se il commercio di beni è stato penalizzato, la storia cambia quando si guarda ai servizi. Le esportazioni britanniche di servizi verso l’Ue sono aumentate del 57% nell’ultimo decennio, trainate da consulenza, servizi professionali, legali e finanziari. Questo è probabilmente il principale elemento che ha evitato una frenata più marcata dell’economia britannica. Molti osservatori nel 2016 prevedevano un ridimensionamento della City di Londra. In realtà Londra è rimasta uno dei principali hub finanziari globali e ha continuato ad attrarre capitale internazionale.

Per gli investitori questo è un punto importante: la Brexit ha colpito soprattutto i settori legati alle catene industriali e commerciali europee, mentre il comparto finanziario e i servizi ad alto valore aggiunto hanno mostrato una notevole capacità di adattamento.

Gli investimenti sono il vero costo nascosto?

Il tema più interessante per chi investe riguarda probabilmente gli investimenti aziendali. Secondo numerose ricerche, le imprese britanniche hanno investito tra il 12% e il 13% in meno rispetto a quanto avrebbero fatto in assenza della Brexit. L’ex economista della Bank of England Jonathan Haskel stima che questo abbia sottratto circa 29 miliardi di sterline all’economia britannica. Il motivo principale non è tanto il commercio quanto l’incertezza. Per anni le aziende hanno rinviato decisioni strategiche, investimenti produttivi e programmi di espansione internazionale in attesa di capire quale sarebbe stato il nuovo rapporto tra Londra e Bruxelles.

Questo aspetto interessa direttamente gli investitori perché gli investimenti sono il principale motore della crescita futura della produttività. In altre parole, il costo più elevato della Brexit potrebbe non essere quello già registrato nei dati economici, ma quello che si manifesterà nel potenziale di crescita perso nel lungo periodo.

I vantaggi della Brexit esistono davvero?

Sostenere che la Brexit non abbia prodotto alcun vantaggio sarebbe però una semplificazione. Londra ha potuto negoziare autonomamente accordi commerciali, come quello con l’India, e ha ottenuto maggiore flessibilità normativa in alcuni settori emergenti, come l’intelligenza artificiale. Persino Tony Blair ha recentemente riconosciuto che una regolamentazione più agile potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo per il Regno Unito. Il problema è che questi benefici appaiono, almeno per ora, molto inferiori ai costi economici misurabili derivanti dalla minore integrazione commerciale con l’Europa. Lo stesso governo britannico stima che l’impatto positivo dei nuovi accordi commerciali sarà limitato a frazioni di punto percentuale del PIL distribuite nell’arco di diversi decenni.

Perché i britannici stanno cambiando idea

Anche l’opinione pubblica sembra aver preso atto di questo bilancio. Secondo un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations pubblicato nel 2026, il 57% dei britannici ritiene oggi che la Brexit sia stata un errore. Il 52% voterebbe per rientrare nell’Unione Europea, contro il 31% che sceglierebbe di restarne fuori. Ancora più significativo è il fatto che il 66% degli intervistati attribuisca alla Brexit parte dell’aumento del costo della vita e che una maggioranza sia tornata favorevole a forme di libera circolazione con l’Europa. Si tratta di un cambiamento culturale che pochi avrebbero immaginato nel 2016.

IDEE DI INVESTIMENTO

A dieci anni dal referendum, il vero vincitore non sembra essere né Londra né Bruxelles. L’Unione Europea ha dimostrato una resilienza superiore alle attese. Il Regno Unito ha conservato una notevole capacità di attrazione nei servizi finanziari e nelle attività ad alto valore aggiunto, ma ha pagato un prezzo significativo in termini di commercio, investimenti e crescita potenziale. Per gli investitori, la lezione della Brexit è che la dimensione dei mercati conta. In un’economia globale sempre più frammentata, l’accesso ai grandi blocchi commerciali continua a rappresentare un vantaggio competitivo difficilmente sostituibile.

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Note

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Autore

Roberta Caffaratti

Roberta Caffaratti

Competenze:
Giornalista segue da oltre 20 anni le dinamiche del mercato del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e dei protagonisti del mondo degli investimenti. Per Online SIM scrive di scenari e storie di mercato, megatrend e idee di investimento, educazione finanziaria.

Esperienza:
É stata caporedattore di Bloomberg Investimenti e poi vicecaporedattore di Panorama Economy (Gruppo Mondadori).
Nel 2015, dopo la lunga carriera nella carta stampata economica, è passata alla comunicazione come responsabile delle attività di editoria aziendale e di content marketing di Lob Pr+Content occupandosi di progetti editoriali in diversi settori (risparmio, finanza, assicurazioni).
Dal 2015 cura la redazione dei contenuti del Blog di Online SIM, che oggi conta oltre 1200 articoli.

Formazione:
Ha una laurea in lingue e letterature straniere e una specializzazione in giornalismo.

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