Dietro la guerra delle valute che è ormai in corso dopo che Donald Trump nel nome di America First ha accusato Germania, Giappone e Cina di manipolare le proprie monete per interessi commerciali ci sono tutti i presupposti dell’inizio di una guerra senza frontiere. Ad innescarla è stato proprio il neo presidente americano che a nemmeno un mese dal suo insediamento si è già tolto quasi tutti i sassolini dalle scarpe che aveva messo in campagna elettorale.

“Guardate cosa sta facendo la Cina, cosa ha fatto per anni il Giappone” ha detto Trump. “Manipolano il mercato valutario, fanno svalutazioni mentre noi restiamo seduti qui come un branco di idioti”. Queste dichiarazioni sono arrivate subito dopo che Peter Navarro, capo del Consiglio nazionale sul Commercio, in un’intervista al quotidiano Financial Times, aveva detto senza mezzi termini che: “L’euro è enormemente sottovalutato, è una sorta di marco tedesco camuffato che permette alla Germania di beneficiarne ai danni dei suoi partner commerciali” prima di recitare il de profundis per il Ttip – il negoziato per integrare i mercati Usa e Ue è fallito alla metà del 2016  – dando la colpa ai tedeschi.

“Si sta aprendo una fase in cui il commercio mondiale rischia di essere esposto ai venti contrari del protezionismo e dei dazi doganali, pertanto la direzione (condivisa dalle aspettative del mercato), dovrebbe volgere verso una fase di forza del dollaro soprattutto contro le economie aperte, con flussi commerciali importanti con gli Usa e un mercato domestico di dimensioni contenute” ha detto Fabrizio Santin, Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Per il gestore di Pictet ci sono dei buoni candidati in Asia (Taiwan, Corea del Sud), mentre in Europa, la Germania rischia di farne le spese, tuttavia la fine dello stimolo monetario della BCE – dovrebbe accadere nel 2018 – dovrebbe aiutare il Dollaro a non andare sotto la parità.

Il Giappone non è rimasto zitto dopo le accuse di Trump rispondendo che la politica monetaria del Giappone punta essenzialmente a tenere basso il livello dello yen per stimolare l’inflazione, e non a svalutare la valuta. E la risposta piccata della cancelliera Angela Merkel, non si è fatta attendere con proclami di non intromissione nella politica della Banca centrale europea e difesa dei prodotti tedeschi definiti competitivi nell’ambito di una concorrenza equa. E Mario Draghi, governatore della Bce, ha ribadito il concetto anche in risposta ai proclami di Marine Le Pen, candidata alla presidenza francese, che se salirà all’Eliseo ad aprile 2016 intende uscire dalla Nato e dall’euro.

“Dall’euro non si torna indietro” ha detto Draghi, ma i mercati hanno paura e lo spread Btp/Bund per la prima volata dopo anni è salito a quota 200. “La prossima grande sfida consiste nel rettificare il portafoglio per prevedere un cambiamento del sentiment e la corrispondente correzione delle valutazioni” ha scritto Chris Iggo, Chief Investment Officer Obbligazionario, AXA Investment Managers nella sua analisi settimanale dei mercati. “Quando? Nessuno lo sa. Credo che abbiamo sentito abbastanza dall’insediamento di Trump da convincerci che ci saranno numerose occasioni di assistere a tweet o dichiarazioni in grado di creare subbuglio sui mercati. Ma, a meno che non si profilino veramente i peggiori scenari, il comportamento di Trump sarà sufficiente a far deragliare il rally del rischio?”

Insomma, la guerra delle valute e del libero scambio è appena cominciata. In questo scontro monetario potrebbe inserirsi a breve anche la Russia. Il ministero delle Finanze russo, secondo quanto scrive la stampa locale, avrebbe deciso di svalutare il rublo di circa il 10% dopo che negli ultimi dodici mesi si è apprezzato di quasi il 30% facendo volare i mercati azionario e obbligazionario.
Un rublo debole aiuterebbe l’economia russa a ripartire ma soprattutto aiuterebbe il governo a colmare il deficit di bilancio, è il ragionamento di Mosca. La misura potrebbe essere applicata già a febbraio. “Negli ultimi anni la crescente importanza degli eventi politici e delle politiche monetarie straordinarie attuate dalle principali banche centrali hanno messo sempre di più sotto i riflettori il famigerato rischio paese i cui umori si riflettono prevalentemente sull’andamento delle rispettive valute” ha detto Alfonso Maglio, portfolio manager di Marzotto Sim. “Le valute principalmente coinvolte da queste dinamiche sono state la sterlina ed il dollaro americano”.

Effetto Trump: per gli analisti le previsioni sono da rifare

E poi c’è la Cina, il vero obiettivo di Trump nella guerra commerciale. Durante la campagna elettorale ha deplorato le manipolazioni sulla valuta della Cina, accusata di farsi beffe delle regole del commercio globale e ha minacciato una tassa del 45% sulle sue esportazioni. Ora il mondo è in attesa di vedere come metterà in pratica ciò che ha minacciato. Di sicuro c’è che una crisi tra Usa e Pechino potrebbe spingere l’Australia verso rapporti commerciali sempre più stretti con la Cina, soprattutto ora che Trump ha rottamato il Ttpp, E un altro dato è certo: da quando la Cina ha lanciato un programma di stimoli, all’inizio dello scorso anno, le aziende occidentali che vendono di più nel Paese asiatico sono cresciute di oltre il 50 per cento, secondo un’analisi di Msci, molto più di quanto sia cresciuto il mercato in generale.

Che cosa dovrebbero fare gli investitori e cosa si devono aspettare?

  • Per prima cosa prepararsi a una maggiore volatilità.
  • In secondo luogo prepararsi a un afflusso di fondi verso il dollaro e i buoni del Tesoro Usa, che rafforzerebbe il biglietto verde e farebbe calare i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi. Questo renderebbe meno competitive le merci americane e al tempo stesso spingerebbe i Governi dei mercati emergenti e i Paesi con obbligazioni denominate in dollari sull’orlo della crisi.
  • Un dollaro troppo forte è esattamente quello che Trump vuole evitare. Per l’economista Jacques Attali, l’Europa e l’euro hanno tre nemici: la Russia di Putin, la Cina e gli Stati Uniti di Trump che per la prima volta nella storia europea considerano l’Ue un rivale.
  • In questo scenario, gli analisti che solo poche settimane fa erano impegnati a fare previsioni economiche sull’aspettativa che la riforma societaria e fiscale del presidente Trump avrebbe dato una spinta all’America e all’economia in generale stanno rifacendo i conti.

Per ora la politica del presidente si è concentrata principalmente su immigrazione e commercio, deludendo le attese degli analisti che hanno rivalutato l’impatto di Trump sui mercati e la crescita economica degli Stati Uniti. I primi a ridimensionare un effetto positivo del presidente americano sono gli economisti di Goldman Sachs. La nota firmata da Alec Phillips, ha messo in guardia gli investitori su tre punti che possono condizionare pesantemente l’economia americana e, di conseguenza, gli investimenti globali nel corso dei prossimi mesi.

  • La fine dell’Obamacare è segnata. Trump ha detto che smonterà la riforma sanitaria voluta da Barack Obama ma le difficoltà che il Congresso controllato dai repubblicani ha avuto nell’affrontare il tema ha spinto gli analisti di Goldman Sachs a pensare che anche la riforma fiscale potrebbe avere delle difficotà ed essere rimandata al 2018.
  • La polarizzazione dei partiti politici sta diventando estrema. La spaccatura tra repubblicani e democratici dopo l’ordine esecutivo di Trump per bloccare l’ingresso in America di cittadini provenienti da sette paesi prevalentemente musulmani ha scatenato una reazione a Washington, rendendo la prospettiva di una cooperazione trasversale ancora più remota. Il risultato è che adesso è più difficile far passare leggi bipartisan.
  • Per la prima volta dopo anni c’è la concreta possibilità che il mercato vacilli sotto i colpi di elementi distruptive, ovvero dirompenti e determinati per un cambiamento. Tra questi, secondo Goldman Sachs, c’è proprio la guerra commerciale e delle valute che è appena cominciata e su cui è difficile fare previsioni certe.

IDEE DI INVESTIMENTO

Per vincere, gli Stati Uniti devono vincere anche la battaglia sul dollaro. A differenza del Messico e della Cina, gli investitori hanno l’opzione di non schierarsi pro o contro Trump, ma distribuire le puntate, ovvero diversificare al massimo il portafoglio. Per gli analisti di Marzotto e i gestori di Pictet il dollaro nel medio lungo periodo uscirà vincente dalla guerra valutaria. Per puntare sul dollaro forte ci sono diverse strade:

In questo periodo più che mai è comunque consigliabile molta cautela nelle scelte di investimento.

Note

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