È pacifico che i mercati del 2017, per il momento, ci stiano regalando grandi soddisfazioni. Ad ottobre ormai inoltrato è tempo di analisi e bilanci sui primi tre trimestri dell’anno. L’analisi congiunta dei principali indici di mercato disegna un quadro interessante, che muta in misura anche considerevole a seconda della valuta adottata nelle statistiche.

Il cambio euro-dollaro si pone quindi come il protagonista indiscusso dell’anno, e non smette di sorprendere. Risale a luglio la negazione del canale 1.05-1.15 che guidava il cambio dall’inizio del 2015, grazie al trend positivo che da gennaio lo ha spinto fino oltre quota 1.20. Complessivamente nei primi tre trimestri del 2017 il dollaro si è svalutato di oltre il 12% contro euro. L’ultimo trimestre dell’anno si apre però con un’importante novità: la negazione del trend crescente con la perdita di 1.18 e la chiara formazione di un testa e spalle, figura di inversione, che potrebbe completarsi a breve. Il livello chiave è il supporto a 1.167, verso il quale il cambio sembra dirigersi deciso con le ultime sedute negative. La perdita del supporto aprirebbe la strada ad un’inversione di tendenza, che, paradossalmente, potrebbe far concludere l’anno non troppo lontano da dove era iniziato. L’ago della bilancia è, almeno in parte, nelle mani di Trump, chiamato a nominare il prossimo Presidente della Federal Reserve. Vero è che fino a febbraio 2018 la poltrona rimarrà a Janet Yellen, ma le indiscrezioni circa la simpatia del tycoon verso un “falco” potrebbero spingere i mercati a scontare l’apprezzamento del biglietto verde.

Ritornando all’analisi degli indici di mercato, quale che sia la valuta di calcolo delle performance, saltano immediatamente all’occhio gli ottimi risultati registrati dai Paesi Emergenti. Il MSCI BRIC in valute locali registra in tre trimestri un +28.7%, l’Emerging Market sempre in valute locali +21.28%. Il MSCI World raggiunge “appena” il +10.79%, mentre gli indici specializzati in Europa o Usa variano tra il +8% e il +12%.

Sul piano obbligazionario il quadro è piuttosto stabile, o in lieve miglioramento. Nessuna traccia di correlazione inversa con i titoli azionari, forse grazie al sostegno garantito dall’abbondante liquidità. Anche qua si contraddistinguono gli emergenti, che sovraperformano soprattutto in confronto ai Treasury a breve termine.

Alla base ci sono senz’altro le politiche monetarie espansive adottate delle banche centrali asiatiche, come anche del Brasile e della Russia, in contrasto con la tendenza intrapresa dalla Fed. Il sostegno delle politiche monetarie si contestualizza in un quadro generale caratterizzato da buoni sottostanti: i dati fondamentali mostrano infatti un buon recupero del commercio a livello globale e soprattutto uno sviluppo della domanda interna dei Paesi emergenti, incentivata anche dalla crescita del credito. A fine 2016 i ventitré Paesi che compongono il MSCI Emerging Markets generano quasi la metà del Pil mondiale in PPA, a fronte di una capitalizzazione azionaria attorno al 10%. Le analisi prospettiche mostrano una sovraperformance anche sul piano degli utili attesi per il prossimo anno, la cui crescita potrebbe essere di due punti percentuali superiore a quella dei mercati sviluppati.

Circostanze non nuove, e che in passato hanno anticipato fasi espansive durature. Sicuramente il rialzo dei tassi Usa rappresenta una criticità per il mantenimento dell’impostazione positiva dei tali aree, poiché le enormi masse di investimenti nel debito emergente negli ultimi anni sono stati incentivate anche dai rendimenti pressoché nulli nel debito investment grade.

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Note

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Luca Lodi

Luca Lodi

Head of R&D di FIDA, Finanza Dati Analisi, coordina le attività di ricerca-sviluppo e formazione del gruppo (FIDAmind). Sviluppa metodologie quantitative per l'analisi di portafoglio, di strumenti e mercati finanziari. Negli anni precedenti ha collaborato con ADB S.p.A occupandosi della gestione del settore Banche Dati e dell’Uffico Studi. Giornalista pubblicista collabora con testate editoriali.

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